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La protesta a oltranza delle piazze spiazzate

Spiazzati dalla pace ma ben radicati nelle proprie convinzioni ideologiche, i manifestanti milanesi hanno ripetuto, con sorprendente coerenza, le stesse parole d'ordine dei cortei che nelle scorse settimane hanno paralizzato mezza Italia

Milano, pro Pal arrestati. Trafficavano migranti

Francamente, era difficile immaginare che la pace trumpiana in Medio Oriente producesse un effetto collaterale tutt'altro che irrilevante: le piazze che smentiscono sé stesse.

Non la volontà di pace ha mosso i cortei dei giorni scorsi, né la necessità di beni di prima necessità ha gonfiato le vele della flottiglia. A riempire le piazze è stata, ancora una volta, l'ideologia: quella che si nutre del tema del momento, purché serva a tenere accesa la protesta.

Altrimenti non si spiegherebbe la perseveranza delle agitazioni, pronte a smentire il proprio manifesto politico pur di continuare a esistere. Università occupate, sedicenti rappresentanti dell'Onu trasformati in comizianti, centri storici bloccati con buona pace è il caso di dirlo di commercianti e cittadini.

Prova ne sia che, mentre il Presidente degli Stati Uniti si imbarcava sull'aereo diretto alla cerimonia per celebrare lo storico accordo tra Israele e Hamas, e mentre le delegazioni dei due contendenti si preparavano a firmare il cessate il fuoco di Sharm el-Sheikh, a Milano i vigili urbani bloccavano l'accesso a corso Venezia. Proprio lì, dove avrebbe dovuto riunirsi l'ennesima manifestazione del fronte pacifista.

Per curiosità - e con la certezza di essere smentito - ho cercato in rete il manifesto politico del corteo. Mi illudevo di leggere slogan di elogio a Donald Trump e all'America, che con tutto il loro peso diplomatico avevano spinto i sanguinosi contendenti verso un accordo. Neppure una parola in tal senso.

Spiazzati dalla pace ma ben radicati nelle proprie convinzioni ideologiche, i manifestanti milanesi hanno ripetuto, con sorprendente coerenza, le stesse parole d'ordine dei cortei che nelle scorse settimane hanno paralizzato mezza Italia - non senza danni a cose e persone.

Mentre il mondo celebrava la fine di un conflitto, i marciatori gridavano ancora "blocchiamo tutto": la vendita delle armi, l'imperialismo, il colonialismo, lo sfruttamento dei palestinesi, la sudditanza culturale. Gli stessi slogan di sempre, buoni per ogni stagione e per ogni protesta, come un abito grigio da ufficio.

Ah, dimenticavo: è già in rotta anche l'ennesima "flottiglia per Gaza", ormai destinata a diventare una classica dello sport nautico mediterraneo, tra la Giraglia e la Barcolana. Peccato che, quando approderà, potrebbe trovare ad accoglierla una forza di pace guidata da Tony Blair.

Non una parola sulla pace. Non una parola su Trump, che - piaccia o meno - è l'architetto di questo accordo. Non una parola sugli Stati Uniti, capaci di forzare un alleato riottoso come Israele e convincere un'organizzazione come Hamas, che del martirio e del sangue aveva fatto ideologia.

Anzi, un certo fastidio aleggia sulla sinistra europea - e su quella italiana in particolare - oggi più ideologizzata dell'estremismo islamico che pretende di difendere. Forse perché, finiti i cortei e spenti i megafoni, ad attenderli ci sono comodi salotti e non carri armati con la stella di Davide.

L'effetto di questa pace mal digerita, l'assenza di qualsiasi riconoscimento per chi è riuscito a imporla, rivelano non solo la debolezza ideologica, ma la cinica strumentalizzazione del dramma di Gaza. Lo ricordava Marco Pannella, molti anni fa: la sinistra si ricorda dei palestinesi solo quando incontrano una pallottola israeliana.

Ora che anche i più irriducibili guerriglieri hanno accettato l'ineluttabilità della pace, ora che una forza internazionale con aiuti umanitari si prepara a gestire i campi profughi, a cosa serve più la causa palestinese agitata nei cortei? E quando la flottiglia approderà su un lido pacificato, come giustificare la violazione di acque nazionali?

Un pensiero politico laico e forte - anche se ideologicamente orientato - avrebbe imposto di non smentire sé stesso: riconoscere, pur a denti stretti, il successo dell'odiato avversario a stelle e strisce e riporre striscioni e bandiere, come ha fatto lo stesso Hamas. Un pensiero debole e dogmatico impone invece di continuare a marciare, perché senza un nemico - Trump, Israele, Meloni, il capitalismo, la democrazia liberale, il libero mercato - quel pensiero semplicemente non esiste più.

Trump non vincerà forse il Nobel per la pace, ma ha ricordato a tutti noi da che parte stia la storia. E non è quella rumorosa delle piazze, bensì quella silenziosa e pragmatica degli accordi di Sharm el-Sheikh.

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