Il bicorno di Napoleone e quei cappelli che hanno fatto la storia

L'oggetto è andato all'asta per quasi 2 milioni. Una cifra alta, ma del resto idee e rivoluzioni partono dalla testa

Il cappello di Napoleone venduto all'asta. Ne esistono ancora 19
Il cappello di Napoleone venduto all'asta. Ne esistono ancora 19

Chi sarebbe Napoleone Bonaparte senza il cappello bicorno? O Giuseppe Garibaldi senza la berretta floscia? O Ernesto Che Guevara senza il basco nero? La rivoluzione è sempre qualcosa che parte dalla testa. E non solo nel senso delle idee. Ma anche il conservatorismo, a pensarci bene. L'Inghilterra si sarebbe fidata di Winston Churchill anche se non avesse portato, con sicurezza e coraggio, il suo Homburg?

L'uomo è anche ciò che indossa. E i grandi uomini, di solito, indossano icone. Dalla tuba di Abramo Lincoln al fez di Benito Mussolini fino ai territori del sogno e delle favole di celluloide: il borsalino di Humphrey Bogart in Casablanca o quello, versione fedora, di Harrison Ford nella parte di Indiana Jones, o il cilindro di Willy Wonka esibito con sfrontata infantilità da Johnny Depp. Poi, c'è la letteratura: il deerstalker di Sherlock Holmes, il cappello a tre piume di Cyrano de Bergerac, la bombetta del commissario Maigret...

Il cappello è capo di abbigliamento, protezione fisica, indumento polisemico, icona (e anche strumento di propaganda politica: il simbolo dell'impero yankee, per i suoi nemici, è un cappello: il berretto da baseball). E le icone, patrimonio immaginario di tutti, quando qualcuno le vuole comprare solo per sé, costano caro. Un esemplare del celebre cappello a due punte di Napoleone Bonaparte, nero e in pelle di castoro, è stato appena venduto a Parigi per 1,8 milioni di euro. A comprarlo, ha riferito la casa d'aste Osenat, è stato un uomo di nazionalità sudcoreana. Elegante melting pot iconico. Il copricapo bicorno è uno dei 19 esemplari lasciati dall'imperatore alla sua morte e che si conservano ancora oggi al mondo. Faceva parte della collezione di Palazzo del Principe di Monaco.

A proposito di pezzi storici. Nel 2012 la bombetta che Charlie Chaplin indossava quando interpretava il vagabondo Charlot fu battuta per 58mila dollari (mentre il bastone fu acquistato a meno, 42mila). Uno dei famosi cappelli di feltro nero fedora di Michael Jackson nel 2009 è stato venduto all'asta per 22mila dollari. E tra cinema, leggenda e storia, the green beret di John Wayne, simbolo del bellicismo patriottico americano, due anni fa è stato acquistato insieme con altri oggetti dell'attore per 180mila dollari.

A dimostrazione che anche il mito ha un prezzo. Ma non l'eleganza. Presente in tutte le civiltà, dagli antichi copricapi egizi alla «paglietta» a tesa corta hipster-style di oggi, il cappello è un simbolo culturale che segna l'appartenenza, è un codice comunicativo, dichiara una visione del mondo ed è metafora della creatività individuale. Per pochi, parla a tutti. E il fatto che l'uomo - a differenza delle donne che lo ostentano - non lo indossi più, o quasi, significa che stiamo perdendo la memoria della nostra storia e un certo senso della bellezza.

Che il capello sia un simbolo, e non un semplice accessorio, del resto, ce lo insegna uno degli uomini più autorevoli del mondo, che poi è una donna. La regina Elisabetta, la quale nel corso del proprio regno ha indossato 5mila cappelli. Diversi. Ma che rappresentano sempre la stessa cosa. Una corona.

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