Quelle giravolte ipocrite di chi frena la modernità

Tutti ora chiedono più innovazione e più investimenti ma sono gli stessi che poi boicottano ogni cantiere

Quelle giravolte ipocrite di chi frena la modernità

Ora sono tutti «modernisti». Improvvisamente si scopre che le opere pubbliche non solo servono ma, in alcuni casi, sono necessarie. L'orribile tragedia di Andria ha aperto molti occhi e smascherato qualche ipocrisia. Perché adesso - sui giornali, nelle tv e nei social - tutti reclamano più tecnologia, perché non si può tollerare che centinaia di vite siano appese a una telefonata.

Tutti chiedono più modernità, più investimenti, più infrastrutture e più sicurezza. L'Italia ha scoperto l'incubo del binario unico e da questo tunnel non riesce più a uscire, anche perché è lungo più di novemila chilometri su e giù per lo sgangherato Stivale. E nessuno se lo immaginava. Come è possibile che nel 2016 ci siano ancora così tanti chilometri di singola rotaia? Come è possibile che lo scartamento dipenda da un colpo di telefono e dalla fallibilissima comunicazione tra due esseri umani? Ci chiediamo tutti.

Eppure, non dovremmo stupirci. Perché viviamo nel Paese nel quale ogni opera viene costantemente boicottata, bloccata, fermata coi sigilli dell'autorità giudiziaria o del pregiudizio politico. Ci sono voluti decenni per poter posare una linea di alta velocità, potrebbero volerci millenni per raddoppiare novemila chilometri di binari o per mettere in sicurezza con le più efficienti tecnologie tutta la rete. Per ogni progetto o infrastruttura nascono decine di «comitati civici» che spesso con metodi poco civici - nel nome del «noismo» si mettono di traverso sulla strada di ogni cambiamento. A prescindere. C'è sempre una scusa buona per opporre un veto. Scendono costantemente i voti ma aumentano sempre più i veti.

E molti di quelli che oggi chiedono, giustamente, una modernizzazione di tutte le arterie italiane dalle autostrade della fibra ottica a quelle delle automobili fino alla rete ferroviaria sono gli stessi che poi salgono sulle barricate un giorno sì e l'altro anche. Quelli che non si può strappare un filo d'erba, fare un buco in una montagna o tagliare un albero. Quelli del NIMBY, acronimo inglese che letteralmente significa: «Non nel mio cortile»; ma politicamente si traduce con l'idea che la comodità di pochi possa bloccare l'interesse di molti. Perché i lavori sono troppo vicini a casa propria, perché non si vuole sentire il suono della ruspa oppure semplicemente per questioni ideologiche: per una forma di conservatorismo sclerotico che vede in ogni ammodernamento un nemico. Un pericolo. Sono centinaia i cantieri abbandonati, sbarrati e bloccati. Altrettanti i progetti chiusi a doppia mandata nei cassetti delle amministrazioni.

Dove non arrivano le legioni degli oppositori in servizio permanente, c'è già il pantano della burocrazia, dei fondi europei non utilizzati o dilapidati, dei cavilli legali, dei permessi e della mala amministrazione. E il Meridione, questa volta, non c'entra un accidente. Nel cuore della Lombardia operosa, a un passo da Lugano, da decenni cercano - invano - di terminare la linea Arcisate-Stabio, tratto ferroviario che completerebbe la tratta verso la Svizzera. Tutto fermo per anni, incatenato da veti e rallentato da una burocrazia ai limiti della demenza. E c'è ancora chi se la prende con l'alta velocità.