Recovery Fund, governo già spaccato

M5s spinge per spenderlo in sussidi e tagli fiscali. Pd e Iv chiedono infrastrutture

E ora che fare? I 209 miliardi di euro che il Recovery Fund destina all'Italia (82 miliardi di sussidi a fondo perduto e 127 miliardi di prestiti) sono destinati a scompaginare la maggioranza di governo ancor più di quanto non abbia già fatto il tiramolla sul ricorso ai 37 miliardi del Mes che si trascina dagli inizi di maggio a oggi. Nell'euforia degli onori tributati al premier Giuseppe Conte per il negoziato a Bruxelles si nascondono le posizioni inconciliabili sulle politiche di rilancio da adottare per superare l'emergenza e che il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, ha astutamente celato nel Piano nazionale di riforma che può essere interpretato positivamente sia da Pd e Iv che dai Cinque stelle. Ma in Europa il trucchetto delle petizioni di principio non funzionerà più e bisognerà presentare progetti precisi.

Il viceministro dell'Economia, Laura Castelli (M5s), ha le idee chiare. «Con i soldi del Recovery Fund si può fare fiscalità di vantaggio», ha dichiarato a SkyTg 24 aggiungendo che «dall'altra parte, stiamo pensando a uno strumento che possa semplificare e ridurre le tasse agli autonomi, alle partite Iva». Idee declinati anche dal ministro degli Esteri e potente capataz pentastellato, Luigi Di Maio, che vorrebbe che si insistesse su una sospensione del Patto di Stabilità oltre la primavera 2021 per finanziare (in deficit, s'intende) un taglio delle tasse e una prosecuzione di quota 100 e, soprattutto, del reddito di cittadinanza senza modifiche.

Di pare diverso il Partito democratico. «Il Recovery Fund sostiene investimenti in conto capitale per digitale, green economy, infrastrutture. Mentre il Mes finanzia spese sanitarie (anche di parte corrente) per adeguare ospedali, ricerca, vaccini, scuole. Ecco perché vanno attivati entrambi», ha reso noto ieri il gruppo dem alla Camera guidato dall'ex ministro Graziano Delrio. Le idee del Pd sono abbastanza chiare: fondi per la digitalizzazione (in particolare delle scuole), completamento delle grandi opere (Torino-Lione, alta velocità sulla dorsale adriatica e al Sud) e piani per lo sviluppo delle rinnovabili.

Sulla stessa lunghezza d'onda, per una volta, anche i renziani di Italia Viva che nell'esecutivo sono rappresentati dal ministro delle Politiche agricole, Teresa Bellanova. Comun denominatore la decontribuzione per le nuove assunzioni o per il mantenimento dei livelli occupazionali più che la cassa integrazione ad libitum. Proprio quella che il governo ieri sera si apprestava a rifinanziare con un nuovo scostamento da oltre 20 miliardi da suddividere per 6-7 miliardi proprio a 18 ulteriori settimane di Cig, 4-5 miliardi di sostegno a Comuni e Regioni per le mancate entrate e il resto per la rateizzazione delle prossime scadenze fiscali.

La sintesi di questo strabismo della politica economica l'ha fornita il ministro dell'Economia Gualtieri ieri al question time alla Camera. «Sono stati autorizzati 2,1 miliardi di ore di cassa integrazione, di cui quasi 1,1 miliardi ordinaria, beneficiari totali circa 12,6 milioni di lavoratori per una spesa stimata di 16,5 miliardi di euro», ha detto rimarcando che, grazie anche agli altri sussidi messi in campo dal governo, «sono stati salvati 1,5 milioni di posti di lavoro». Ecco, il problema è tutto qui. Come si può programmare un piano credibile in Europa se l'azionista di maggioranza del governo, il Movimento 5 Stelle, è focalizzato sulla spesa sociale e sui tagli fiscali in deficit ed è pregiudizialmente ostile agli investimenti in infrastrutture?

E, soprattutto, come si potrà parlare ai pentastellati dei necessari programmi di riduzione del debito(che quest'anno veleggia verso il 155% del Pil) senza scatenare mal di pancia? La capacità di mediazione di Conte, convinto della necessità di un'ulteriore task force sul Recovery Fund, sarà messa a dura prova.

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