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Tutto resta come prima. Nessun vantaggio per il campo largo, il centrodestra è stabile

Il paradosso dopo il giudizio popolare sulla riforma del Csm: il consenso delle due coalizioni non cambia, anche se in tanti non hanno seguito le indicazioni di entrambi gli schieramenti. Chi si è smarcato votando No sostiene ancora la maggioranza

Tutto resta come prima. Nessun vantaggio per il campo largo, il centrodestra è stabile
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Il risultato del referendum ha offerto una fotografia nitida dell'orientamento degli elettori su uno specifico quesito, ma al momento non ha prodotto effetti automatici sugli equilibri politici complessivi. È questo il punto centrale che emerge dall'analisi demoscopica effettuata per Il Giornale dall'Istituto Noto Sondaggi, nella quale il consenso rilevato immediatamente dopo la consultazione sia nei confronti del governo sia dei partiti è stato messo a confronto con quello delle settimane precedenti. Il quadro che ne deriva è chiaro: il referendum si è configurato come una competizione autonoma, con logiche proprie, che non si sono sovrapposte a quelle della dinamica politica.

Il primo indicatore da osservare è il livello di fiducia nel governo, tradizionalmente sensibile agli effetti di uno shock elettorale. In questo caso, però, non si registra alcuna variazione. Prima del referendum la fiducia si attestava al 41% e, nel sondaggio realizzato a più di una settimana dal voto, il dato rimane invariato. Si tratta di un elemento particolarmente significativo, perché segnala come l'esito referendario non abbia inciso sulla percezione dell'operato dell'esecutivo.

Non si osserva, dunque, né un effetto di rafforzamento né una dinamica di indebolimento. Piuttosto, emerge un comportamento elettorale più articolato: gli elettori che pur si sono espressi sul quesito referendario in modo difforme rispetto alle indicazioni dei propri partiti di riferimento (fenomeno registrato in entrambe le coalizioni), sono rimasti ancorati al proprio schieramento politico.

Un quadro analogo emerge analizzando il consenso ai partiti. Le variazioni registrate tra la rilevazione precedente e quella di una settimana dopo il referendum sono minime e rientrano pienamente nelle normali oscillazioni settimanali. Nel centrodestra si osserva una lieve flessione di 0,5 punti per Fratelli d'Italia e Forza Italia, compensata da un incremento di pari entità della Lega, mentre Futuro Nazionale di Vannacci rimane stabile. Sul fronte del centrosinistra, il Partito democratico ed il Movimento 5 Stelle aumentano entrambi di 0,5 punti mentre Italia Viva diminuisce di mezzo punto. Al di fuori delle coalizioni, Azione registra una flessione di 0,5.

Si sono riscontrate, dunque, oscillazioni abituali tra una settimana e l'altra. Per esempio subito dopo il referendum costituzionale del 2016, il Pd, guidato allora da Matteo Renzi, diminuì nei sondaggi di 4 punti da una settimana all'altra.

A confermare questa lettura interviene un ulteriore dato. Agli elettori che alle europee avevano votato uno dei partiti di governo, e che al referendum si sono espressi per il No, è stato chiesto quale sarebbe oggi la loro scelta in caso di elezioni politiche. Oltre il 90% ha dichiarato che confermerebbe il voto al centrodestra. Questo significa che il voto referendario non è stato utilizzato come strumento di riposizionamento politico.

Lo stesso schema si ripete sul versante opposto. Tra gli elettori che alle europee avevano scelto i partiti del cosiddetto campo largo e che al referendum hanno votato Sì, oltre il 90% dichiara che, in caso di elezioni politiche, tornerebbe a votare per uno dei partiti della stessa area.

Questi dati conducono a una conclusione chiara: il referendum non ha rappresentato il primo tempo delle elezioni politiche. Non ha punito il centrodestra, né ha prodotto un vantaggio competitivo per il campo largo. Si è trattato, piuttosto, di una competizione con una propria autonomia, in cui gli elettori hanno espresso una posizione su un tema specifico senza modificare le proprie appartenenze politiche di fondo.

Le elezioni politiche seguono logiche differenti. In quel contesto entrano in gioco i partiti, le leadership, i programmi e le coalizioni, elementi che nei referendum assumono un ruolo secondario. Per questo motivo, trasporre automaticamente il risultato referendario sul piano delle politiche rischia di generare interpretazioni fuorvianti per entrambe le coalizioni.

In definitiva, il quadro che emerge è quello di un elettorato capace di distinguere tra diversi livelli di competizione.

Il voto referendario si configura come un'espressione puntuale e tematica, mentre il voto politico resta ancorato a dinamiche più strutturali e identitarie. È su questo terreno che si giocheranno le prossime sfide elettorali, non su quello, ormai concluso, del referendum. La vera partita deve ancora iniziare.

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