Vietato disturbare, ce lo chiede Pechino. Era questo il mantra del governo di Giuseppe Conte durante la pandemia Covid, questo spiega perché a metà febbraio 2020 il nostro esecutivo decise di regalare 18 tonnellate di mascherine mentre i medici della Bergamasca (e non solo) impazzivano a curare i malati e il Cts era all'oscuro, come ha scoperto la commissione Covid. Mascherine che poi la Cina finse di regalarci in cambio di lauti contratti con società vicine al regime, a prezzi fino al 220% più cari. E a chi come Fdi chiedeva allora lumi, la Farnesina con Luigi di Maio (oggi ignaro rappresentante Ue in un Medioriente in fiamme a sua insaputa, considerato dagli Usa l'utile idiota della Cina) spacciava commesse multimilionarie per accordi diplomatici. "Chi ci ha deriso sulla Via della Seta ora deve ammettere che investire in questa amicizia ci ha permesso salvare vite in Italia", disse Di Maio al Tg2 parlando delle mascherine cinesi arrivate in Italia il 24 marzo. Ma il 22 marzo la Protezione civile aveva appena stipulato l'accordo con la società cinese Meheco Corporation, controllata dal regime perché il numero uno Gao Yuwen era nel Partito comunista.
I giornali inglesi e americani (come Daily Mail e The Spectator) sostenevano che la Cina avrebbe costretto l'Italia "a ricomprare (buy back, ndr) le mascherine che aveva donato a Pechino qualche settimana prima". Solo Fdi all'opposizione aveva sollevato, a ragione, i suoi dubbi: "Di Maio si lancia nell'esibizione di lodi verso la Cina per la fornitura di 100 milioni di mascherine, è doveroso che il ministro degli Esteri ne renda noto pubblicamente il costo", scriveva la deputata Fdi Ylenja Lucaselli. "Fonti giornalistiche riportano che queste siano state pagate dall'Italia 209 milioni di euro - sottolineava invece il meloniano Andrea Delmastro - sembra che la Cina, lucrando sulla tragedia italiana, abbia quasi raddoppiato i prezzi delle singole mascherine. Se così fosse, Di Maio per cosa ringraziava? Perché gli amici cinesi di M5Stelle ci stavano strozzando?". Se la fornitura da 209 milioni con la Byd a cui faceva riferimento l'ex sottosegretario alla Giustizia era stata "stanata" grazie a un articolo di Formiche, nulla fino a oggi si sapeva dei 22 milioni di mascherine a 1,7 euro l'una di cui ha parlato il Giornale ieri. Il documento è stato reperito sul sito della Protezione civile ma non è il solo. Il 16 marzo infatti con il documento dpc-contratto-covid19-0014044 il capo del Dipartimento Angelo Borrelli firmava un altro contratto con la Meheco Corporation per altre 8 milioni di mascherine, sempre a 1,70 euro l'una. E basterà spulciare quelle carte, come presto farà la commissione Covid. Altro che regalo, altro che via della Seta. Se si confronta il costo prima e dopo il Covid, secondo un'elaborazione del Giornale, si scopre che la Cina ha venduto all'Italia merce per oltre 1,5 miliardi di euro non sempre in regola (vedi i consorzi nati da poco Luokay Trade, Whenzou e Moon-Ray) e a prezzi fino al 3,5 volte più alti, con un saldo negativo di circa 800 milioni tra commissioni e rincari.
Ma c'è di più. Il Giornale è in grado di dimostrare che Conte si rimangiò in due giorni la decisione di fermare i voli diretti da e per la Cina dopo un comunicato al veleno del ministero degli Affari esteri cinesi che aveva messo in imbarazzo il nostro ambasciatore. La chiusura della tratta aerea era stata presa il 7 febbraio e difesa il giorno successivo persino dalla task force.
A spiegarne il retroscena era stata il vicecapo di gabinetto del ministro della Salute Roberto Speranza: "La chiusura dei voli era una misura non concordata", il governo fu richiamato a dei fantomatici e mai specificati "accordi", disse in commissione Covid il magistrato Tiziana Coccoluto. Detto, fatto: il governo il 9 febbraio autorizzò i charter commerciali del Dragone a Malpensa e Fiumicino. La salute degli italiani poteva aspettare.