Riaperta l'indagine su Expo E Sala adesso torna a tremare

Milano, la procura generale scava sui lavori della «Piastra». Il sindaco è nelle carte ma non è indagato

E ra l'ultimo passaggio prima che la magistratura spegnesse per sempre i riflettori sull'Expo milanese del 2015, e passasse in archivio la tormentata storia di indulgenze, indagini frettolose e «sensibilità istituzionali» (per usare le parole di Matteo Renzi) che ha contrassegnato il rapporto tra la Procura milanese e l'esposizione universale. Invece, a traguardo ormai in vista, accade il patatrac: e davanti al trattamento garantista che la Procura ha usato nei confronti dei vertici di Expo scende in campo la Procura generale, avoca il fascicolo, ritira la richiesta di archiviazione presentata dalla Procura, riapre le indagini. E adesso può davvero accadere di tutto.

I manager di Expo che la Procura voleva prosciogliere rischiano di finire a processo. E torna in ballo la posizione di Beppe Sala, già amministratore delegato di Expo e oggi sindaco di Milano. Nell'inchiesta sulla Piastra, Sala non era mai stato indagato, nonostante il suo nome comparisse nelle carte. Cosa farà ora la Procura generale? Nelle carte non c'è traccia di corruzioni. Ma appare evidente come in nome dell'emergenza, della fretta di concludere i lavori, gli appalti siano stati gestiti in barba alle regole, prendendo per buoni ribassi inverosimili: e come poi, per mettere una pezza, si siano promessi e assegnati lavori irregolarmente e fuori da ogni controllo. Gli stessi pm che avevano chiesto l'archiviazione avevano attestato «l'illegittimità di alcuni atti amministrativi che hanno segnato la storia di questo appalto e gli snodi cruciali, incidendo sulla concorrenza tra imprese, sulla trasparenza ed efficacia amministrativa e sulla economicità dell'opera pubblica». Nelle carte dell'indagine, Beppe Sala viene indicato ripetutamente come consapevole e concorde di quegli atti.

Il tema è l'appalto da 272 milioni di euro per realizzare il «cuore» del sito espositivo, andato alla Mantovani spa, già coinvolta nello scandalo Mose. La Mantovani ottiene l'appalto con un ribasso inverosimile del 42 per cento, poi rifiuta di farsi da parte per lasciare spazio alle imprese sponsorizzate dalla Regione, infine invoca l'aiuto di Expo per portare a casa altri soldi, circa 50 milioni di euro. Invece di risponderle a brutto muso, i vertici di Expo promettono una serie di varianti in corso d'opera e lavori aggiuntivi per rientrare nei conti. Si tratta di promesse illecite, non basate su alcuna delibera o atto ufficiale, ma che in parte vengono mantenute. E secondo uno degli indagati, è lo stesso Beppe Sala, incontrando i vertici di Mantovani, a tranquillizzarli: «Qui l'unica cosa che non manca sono i soldi». Ieri sera, commentando le novità, Sala spiega: «Frasi che è normale dire, chi lavora vuole essere certo di venire pagato».

In quei mesi, dicono le carte, l'unico obbiettivo era vincere la corsa contro il tempo, per arrivare con Expo pronta all'inaugurazione del Primo Maggio 2015. In nome di questo obiettivo si sono sacrificati trasparenza ed economia, e questo ormai è chiaro. È stato violato anche il codice penale?

La Procura, alla fine di una lunga e tormentata indagine, aveva ritenuto che «tali aspetti non sono in grado di dare una connotazione penalmente rilevante ai fatti». Per i due manager di Expo e i tre costruttori finiti nel registro degli indagati era scattata la richiesta di archiviazione. Il giudice che l'aveva esaminata, però, aveva chiesto di vederci più chiaro, e intanto aveva avvisato la Procura generale, cui compete vigilare sui comportamenti della Procura. E la Procura generale quando ha visto le carte, ha deciso: adesso ci pensiamo noi.

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