Una riforma a metà che non elimina i processi infiniti. Le Regioni blindano i sei referendum

Proproga sino a 6 anni per terrorismo e mafia. Pesa il pressing del Csm. Dalla Sicilia arriva l'ok: urne certe sui quesidi dei Radicali e Lega.

Una riforma a metà che non elimina i processi infiniti. Le Regioni blindano i sei referendum

I processi infiniti restano: ma solo per i reati più gravi, individuati con una lista frutto di mediazioni estenuanti, e destinata sicuramente a venire modificata in futuro. Per gli altri processi, ovvero per la stragrande maggioranza dei casi che riempiono le statistiche della giustizia italiana, resta - entrando in campo gradualmente, e andando a pieno regime nel 2024 - il criterio base della riforma che Marta Cartabia aveva portato due settimane fa in consiglio dei ministri: due anni per il processo in appello, un altro per quello in Cassazione. Poi tutto diventa improcedibile. Basta con i cittadini trasformati in imputati a vita.

É questo il quadro che esce dalla giornata convulsa vissuta dal pianeta giustizia, con la riforma Cartabia soggetta al fuoco incrociato di grillini, giornali e magistrati, che accusavano il testo varato il 14 luglio di essere una sorta di amnistia mascherata che avrebbe garantito impunità a criminali di ogni genere. A calare il carico da novanta era stato, poche ore prima che il governo si riunisse, il Consiglio superiore della magistratura dove - mettendo in minoranza destra e moderati - viene approvata una mozione di rara durezza contro il capitolo sulla prescrizione del progetto di Marta Cartabia. A quel punto neanche il più impavido dei Guardasigilli sarebbe andato avanti sfidando le ire dei Gratteri e dei Di Matteo. E inizia la mediazione.

Il passaggio chiave della marcia indietro del governo sta all'articolo 4 della nuova bozza. Si conferma che la prescrizione si sospende dopo la sentenza di primo grado, si conferma anche che se il processo d'appello non termina entro due anni scatta la improcedibilità; si conferma che nei casi complessi il giudice può allungare di un anno i termini; e tutto questo era contenuto già nel vecchio testo. Ma poi si aggiunge che «ulteriori proroghe possono essere disposte» per una serie di reati: nel testo originale non c'è un numero massimo di proroghe, di fatto la durata dei processi «allungabili» rischia di essere infinita. Se, come parre, il testo definitivo resta questo, il partito dei pm ha vinto, ma non ha stravinto. Lo scontro di ieri si concentra a quel punto sull'elenco dei reati da inserire nella black list. Tutti d'accordo su terrorismo, eversione e reati connessi; idem per l'associazione mafiosa e il narcotraffico; vengono aggiunti su pressione della Lega le violenze sessuali aggravate e la corruzione di minorenne; per cui alla fine la battaglia si concentra solo su una nicchia di reati, i delitti «normali» ma aggravati dalla finalità mafiosa. Un concetto elastico, dove si incrociano sentenze contrastanti, e che comunque riguarda una quantità di processi non particolarmente rilevante: ma di cui i 5 Stelle ieri fanno una bandiera. L'appunto informale diramato ieri dal ministero di via Arenula dice che per questo tipo di reati il testo definitivo consente al massimo due proroghe oltre la prima, quindi si arriva a cinque/sei anni. Il triplo di quanti ne servono oggi per un appello medio.

Se tra i partiti la paternità del risultato viene rivendicata un po' da tutti, è chiaro che a determinare il cambio di rotta della Cartabia è stata anche e soprattutto la magistratura organizzata. Un fuoco di critiche culminato nella risoluzione del Csm che ieri mattina approva il documento presentato dal grillino Fulvio Gigliotti che accusa il sistema ideato dal ministro di presentare «rilevanti profili di criticità» e di «insostenibilità pratica», accusandola di causare «l'impossibilità di portare a conclusione un gran numero di processi». Un siluro cui si associano toghe e laici grillini, di sinistra e di centro, isolando i consiglieri di centrodestra e di Magistratura Indipendente. Uno sbarramento preventivo contro un testo che deve ancora arrivare all'esame del Parlamento. Ma lo scontro non è finito. Perché dopo la riforma Cartabia, vengono al pettine gli altri nodi della Giustizia: dalla riforma del Csm alla separazione della carriere. Matteo Salvini, uscito abbastanza soddisfatto dallo scontro di ieri, annuncia che ora «i referendum della Lega e del Partito radicale diventano ancora più importanti». E i referendum si faranno di sicuro: alle 350mila già raccolte ieri si aggiunge il voto di cinque consigli regionali, raggiunto ieri col sì della Sicilia. Il quorum sufficiente per mandare gli italiani alle urne.

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