La fine dell'avvocato Conte: non governa nemmeno i suoi

Giuseppe Conte è stato una meteora della politica italiana anche se, per certi versi, ha fatto i danni di un piccolo meteorite nel suo breve transito attraverso i palazzi del potere

Il risveglio collettivo dei fan di Giuseppi

Una meteora. Giuseppe Conte è stato una meteora della politica italiana anche se, per certi versi, ha fatto i danni di un piccolo meteorite nel suo breve transito attraverso i palazzi del potere. Ma, per carità, niente a che vedere con le catastrofi apocalittiche dello stravisto film «Don't look up». Se dovessimo paragonarlo a un lungometraggio, semmai, ci verrebbe in mente «Benvenuto presidente!», una pellicola del 2013 in cui Claudio Bisio, che interpreta un anonimo bibliotecario, viene eletto casualmente alla presidenza della Repubblica. A lui, invece, è toccato palazzo Chigi. Conte. L'avvocato d'affari auto dichiaratosi avvocato del popolo. Lo sconosciuto (allora) che in una tersa notte milanese della primavera del 2018 viene scelto come presidente dal Consiglio dai vertici del M5s e dal Ceo della Casaleggio associati. Trasformando, in un batter d'ali, il mito fondante della democrazia diretta nella prassi prosaica della democrazia per chiamata diretta. A quasi un anno dalle sue dimissioni la parabola di Giuseppi è in fase avanzata di autodistruzione. Come era normale che fosse per un fenomeno creato in laboratorio e senza alcuna attrezzatura ed esperienza politica. Eppure giova ricordare l'inspiegabile e ingiustificato innamoramento - e rincoglionimento - che colse una certa parte dell'opinione pubblica specialmente dopo la nascita del governo giallorosso. Paginate per ragionare sulla tecnica ingegneristica di ripiegamento della sua pochette, manco fosse un incrocio tra Renzo Piano e Lord Brummel; saggi sulle sue sensazionali capacità da statista e il suo spirito da civil servant; gruppi facebook di sue presunte fan ipnotizzate dal suo ciuffo castano; fiumi di saliva versati sotto forma di inchiostro per imbastire le lodi dell'uomo nuovo.

I grillini - in realtà non tutti, ché a qualcuno il premier paracadutato non è mai andato giù - erano in deliquio, in overdose da stanza dei bottoni.

Il Partito Democratico - sempre in cerca di un Papa straniero - era praticamente pronto a consegnargli il Nazareno chiavi in mano e ad apparecchiargli la guida del mostro giallorosso. Neppure dodici mesi dopo tutto l'entusiasmo si è dissolto come una zolletta di zucchero in una tazzina di caffè. All'improvviso il risveglio collettivo. Così si scopre che Conte era solo un'impostura, come le facciate di cartapesta dei villaggi western. Casaleggio se l'è data a gambe, Grillo vaneggia di futuri distopici ma, soprattutto, i grillini non lo riconoscono più come leader. Perché non lo è mai stato. E il commissariamento da parte dei gruppi parlamentari dello scorso lunedì - che hanno chiesto un Mattarella bis a dispetto dei desiderata di Conte - è solo l'ultimo atto di un leader senza leadership, fuggito pure delle suppletive romane per paura della sconfitta. E il Pd? Il Pd lo ha abbandonato, come è solito fare con i suoi amori precoci e generalmente interessati. Il matrimonio d'affari non s'ha da fare. Perché di affari non ce ne sono più. E l'ex premier ora è veramente scapolo.

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