La rivincita del bianco "reazionario"

Evviva l'Italia bianca, le Regioni bianche, il vessillo bianco di libertà che segna l'uscita dalla grotta oscura della pandemia.

Evviva l'Italia bianca, le Regioni bianche, il vessillo bianco di libertà che segna l'uscita dalla grotta oscura della pandemia. Il rosso Covid ha prostrato gli italiani con divieti, sciagure economiche, la morte di tanti cari, la paura di ammalarsi gravemente a ogni minimo colpo di tosse. L'arancione ci ha lasciati nel limbo delle libertà parziali, offuscate dall'incertezza e dal timore di nuove chiusure.

Ma ora il bianco è bianco, finalmente l'immunizzazione di massa ci inebria, facendo sentire quasi grotteschi i distanziamenti e le mascherine. Bianco è il simbolo della liberazione, dello scampato pericolo, del futuro da ricostruire. Una rivincita per milioni di italiani ma, in piccolissimo, anche del colore neutro per eccellenza, spesso bistrattato proprio per la sua assenza di un tratto appariscente.

L'Italia bianca fa esultare, ma in passato non suscitava gli stessi entusiasmi post pandemia. Per un certo mondo progressista, tutto ciò che era bianco evocava valori in contrasto con il sol dell'avvenire. Per la sinistra, la parte bianca del Paese ha costituito un nemico storico, coincidente per semplificazione con lo strapotere cinquantennale della «balena bianca» Dc e con l'influenza, anche opprimente, della Chiesa nei primi anni del secondo Dopoguerra. Il «partigiano bianco», quello di fede liberal-centrista e giammai comunista, è stato relegato al ruolo di comprimario della Liberazione già nel 1945. Anche la stagione centrista di De Gasperi, fino all'estate del 1953, è sempre stata considerata dal fronte social-rivoluzionario come un impasto borghese-clericale che ostacolava la crescita del proletariato. Un disprezzo esteso anche ai parlamentari «bianchi», eletti con decine di migliaia di voti che venivano espressi da associazione di categorie come la Coldiretti. Ecco, l'Italia degli agrari reazionari e bacchettoni identificati come l'emblema di un bianco da tingere di rosso. L'eterna riedizione del «sciur padrun da li beli braghi bianchi», il latifondista sfruttatore che non voleva tirare fuori «li palanchi» per i suoi dipendenti affamati a pane e acqua. Ancora prima del crollo della Prima Repubblica i radical chic chiosavano con disprezzo il «Veneto bianco», additandolo come un feudo di timorati di Dio che arginava l'ascesa delle masse.

Cadono le ideologie e si affievolisce anche la morsa letale del virus. Dal primo giugno rimireremo la cartina dell'Italia che, nel giro di poche settimane, diventerà immacolata. Cambieremo molte abitudini, speriamo anche quella di girare con il pennello per ingabbiare il mondo e le grandi idee in una scala cromatica di tre-quattro colori.

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