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Rocchi e il giallo San Siro: "Parlava con altri arbitri". E diserta l'interrogatorio

Sotto la lente l'incontro del 2 aprile 2025 dove si sarebbero definite le designazioni "per evitare fischietti sgraditi all'Inter"

Rocchi e il giallo San Siro: "Parlava con altri arbitri". E diserta l'interrogatorio
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È il sancta sanctorum del Meazza, la zona iper-riservata dove prima e dopo i match di cartello si ritrovano i nomi che contano. Dirigenti dei club di casa e ospiti, magistrati, alti funzionari, glorie del calcio. E arbitri. Si chiacchiera, si beve, al riparo da orecchie e occhi indiscreti: o almeno così si crede. Ma il 2 aprile 2025 nell'attesa della semifinale di Coppa Italia tra Inter e Milan quell'isola di privacy è stata "bucata". L'inchiesta della Procura di Milano che da un anno già ronzava intorno al lato oscuro degli arbitraggi di serie A e al ruolo del designatore Gianluca Rocchi ha acquisito il tassello che oggi è forse il più delicato dell'indagine, quello che apre gli scenari più complicati: la manovra per evitare la designazione per la finale di Coppa Italia di Daniele Doveri, arbitro considerato sgradito all'Inter. È lì, nel privè del Meazza, che viene escogitato il trucco: Doveri viene designato per la semifinale di ritorno tra i due club milanesi, in modo da escluderlo di fatto dalla direzione della finale.

Va a finire come è noto: il 23 aprile Doveri dirige effettivamente il derby di ritorno che però l'Inter perde malamente. Niente finale. Ma intanto il piano machiavellico per tenere l'arbitro inviso (o presunto tale) ai nerazzurri a distanza di sicurezza finisce agli atti dell'indagine. Ma come? Chi trasforma in notizia di reato la conversazione - se di questo si tratta - al Meazza? L'invito a comparire non lo dice. Rocchi era a San Siro, ed era già sotto inchiesta. Il suo telefono era probabilmente intercettato, ma difficile che un trojan lo avesse trasformato in una microspia ambulante. L'invito a comparire notificato al designatore non indica la fonte di prova. E la cautela con cui il pm Maurizio Ascione tutela la fonte della sua conoscenza sembra dire che sa - o ipotizza - anche l'identità degli altri presenti alla conversazione e la contropartita per il sotterfugio. Perché un dato è certo: per ipotizzare il reato di frode sportiva non è sufficiente accertare che una gara è stata alterata, serve anche dimostrare che in cambio è arrivato "denaro o altra utilità o vantaggio". Qualcuno dunque deve avere promesso qualcosa. "Si può capire con chi parla, il focus è quello del mondo arbitrale", spiegano ieri in Procura. Ma cosa abbia davvero in mano il dottor Ascione è in questo momento impossibile saperlo.

Avrebbe potuto capirlo (almeno in parte) proprio Rocchi, nell'interrogatorio fissato per domani davanti al pm. La Procura qualche carta avrebbe dovuto scoprirla per forza. Ma Rocchi, che dopo essersi autosospeso si era detto ansioso di fornire le sue spiegazioni alla Procura, ha cambiato idea: o meglio l'ha cambiata il suo legale Antonio D'Avirro, che lo ha dissuaso dal presentarsi "perché, allo stato, non avendo conoscenza del fascicolo delle indagini preliminari, ritengo di non essere in grado di svolgere efficacemente il mandato difensivo". Dovrebbe però presentarsi in Procura e rispondere alle domande, se non ci ripenserà anche lui, l'ex supervisore al Var Andrea Gervasoni. Ma Gervasoni non è coinvolto nel pasticcio del 2 aprile. E quindi a lui il pubblico ministero non dovrà scoprire le carte sulla combine contro Doveri.

Per Gervasoni, il punto critico è la gestione della sala Var, e l'incrocio di pressioni e di interessi che

la circondava. Sul quale il pm ha acquisito la testimonianza di un altro arbitro ex "varista", Eugenio Abbattista: che nel 2024 dopo essersi dimesso parlò esplicitamente "della sensazione di schifo che avvertivo attorno".

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