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Lo scienziato che lottava contro i luoghi comuni

Negò l'origine umana del riscaldamento climatico e sostenne l'uso del nucleare. Fisico di fama, fu un eccezionale divulgatore in tv

Lo scienziato che lottava contro i luoghi comuni

Pare che ai piani alti della Regione Sicilia, a un certo punto, si sia detto: "Di Zichichi non se ne poteva più. Parlava solo di raggi cosmici". Non stentiamo a crederlo, anzi, lo immaginiamo benissimo: i capelli bianchi in stile scienziato (cosa che in effetti era), la parlata travolgente, la passione vulcanica per raccontare la fisica, anche nelle vesti da assessore della Cultura, poiché del resto per Antonino Zichichi non esisteva separazione fra le discipline, e la Cultura era tutto, dalle particelle subatomiche alla teologia. E quei raggi cosmici di cui amava parlare anche nei corridoi del palazzo, così come in televisione, dove è stato uno dei simboli della divulgazione scientifica in Italia, erano il suo terreno prediletto, poiché sessantuno anni fa, con il suo gruppo di ricerca al Cern di Ginevra, Zichichi era stato un pioniere nella scoperta dell'antimateria: aveva infatti individuato per la prima volta l'antideutone, un nucleo di antimateria composto da un antiprotone e un antineutrone .

I raggi cosmici fra la burocrazia e il politichese raccontano bene Antonino Zichichi, morto ieri nel sonno a 96 anni, circondato dall'affetto di tutti i suoi cari: i tre figli, i cinque nipoti, la pronipote; la moglie Maria Ludovica, compagna di vita per oltre sessant'anni e anche lei scienziata, era morta nel 2024. Era nato a Trapani nel 1929 e a Erice, dove la sua famiglia abitava da sempre, nel 1963 aveva fondato il Centro di cultura scientifica Ettore Majorana . È stato un uomo di contrasti: la pietra di Erice e i materiali ultratecnologici degli acceleratori, come quello del Cern che aveva utilizzato per scoprire l'antideutone; le rocce delle montagne d'Abruzzo e il tunnel avveniristico del Gran Sasso. Quei laboratori sotterranei per studiare i neutrini erano il sogno che era riuscito a realizzare e già ieri, dopo la notizia della sua morte, nel Consiglio regionale abruzzese si chiedeva di intitolarglieli, perché lui li aveva immaginati, voluti, portati a nascere. Antonino Zichichi era un uomo oltre gli schemi e uno scienziato che mal tollerava i luoghi comuni, le superstizioni, l'astrologia e, su tutto, i dogmi scientifici (a differenza di quelli religiosi): il riscaldamento climatico, a proposito del quale riteneva che gli studi non fossero affatto solidi e che l'uomo potesse essere ritenuto responsabile per una minima percentuale dei mutamenti in corso; l'avversione contro il nucleare, di cui era un sostenitore; e perfino il darwinismo, che aveva recentemente definito un credo più che una teoria. Posizioni scomodissime, che gli avevano anche attirato qualche antipatia , ma che lui non temeva di mantenere, come i lettori del Giornale sanno bene, perché per molti anni ne è stato un collaboratore prestigioso. Così come destava scalpore (se non peggio, in certi colleghi) il suo essere apertamente cattolico: insisteva sulla mancanza di contraddizione tra fede e ragione, era membro della Pontificia Accademia delle Scienze, aveva confidenza con i Pontefici e aveva "sfruttato" questa vicinanza per caldeggiare la riabilitazione di Galileo con Giovanni Paolo II. Il Papa polacco lo ascoltò e quando, nel 1993, andò in visita pastorale in Sicilia, si recò al Centro Ettore Majorana, a Erice.

Si capisce che un uomo che aveva aiutato a far rappacificare la Chiesa di Roma e la scienza (perché Galileo è la Scienza moderna) non potesse avere paura di nulla, figuriamoci di sostenere le sue posizioni nei numerosi libri, come L'infinito, un richiamo chiaro a Leopardi, Galilei divin uomo, L'irresistibile fascino del tempo. Dalla resurrezione di Cristo all'universo subnucleare, Perché io credo in Colui che ha fatto il mondo. Tra fede e scienza e Scienza ed emergenze planetarie. I pericoli dell'uso nefasto della scienza nonostante le sue grandi conquiste. Anche in televisione non si risparmiava, con i toni teatrali e il vocabolario a volte enfatico, ma la retorica era uno strumento per il suo fine: fare comprendere a tutti, così come la percepiva visceralmente lui, l'importanza della scienza per le nostre vite. Di questo parla anche il pezzo che proponiamo in queste pagine, e che uscì sul Giornale il 25 marzo del 2020, quando la pandemia di Covid era appena scoppiata e Zichichi si affidava, ancora una volta, alla scienza come motore di progresso e di bene per l'umanità. Fedele a questo spirito, fra le pietre antiche di Erice aveva invitato decine di Nobel e colleghi da tutto il mondo, ignorando le divisioni durante la Guerra fredda.

Lui aveva studiato a Palermo, poi era stato al FermiLab di Chicago, quindi al Cern, professore emerito di Fisica a Bologna, inventore di strumenti elettronici all'avanguardia, ispiratore di progetti, fondatore di laboratori (come quello sulle emergenze planetarie), presidente dell'Istituto nazionale di fisica nucleare, inimitabile personaggio televisivo, ricercatore fino all'ultimo. Alla fine però tornava sempre a Erice, la sua terra di rocce e polvere. Perché sapeva che è solo dalla terra che si tocca davvero Dio.

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