Scissione, i ribelli Pd sfidano il premier "Che fai, ci cacci?"

La fronda dei 28 ammonisce il segretario: "Non lasciamo il partito, il buon senso impone di cambiare per evitare la conta"

Scissione, i ribelli Pd sfidano il premier "Che fai, ci cacci?"

Ferragosto, scissione mia non ti conosco. «Eventualità che non esiste, fa ridere, poi su quella roba là... Ma scherziamo?». Molti dei Ventotto ribelli del Senato un po' s'indignano, un po' si schermiscono (la prudenza non è mai troppa): l'abbandono del Pd, spiegano, è una «fola messa in giro da Palazzo Chigi per forzare la mano, e nel contempo rendere evanescenti le nostre ragioni. Manterremo la nostra posizione fino alla fine. Ci caccino, piuttosto».

La roccaforte di Palazzo Madama regge. Come annuncia il professor Miguel Gotor con lo stile del bollettino di guerra, «il lodo Pizzetti-Martina è già respinto; invece di affrontare un autentico confronto nel merito, si preferisce far finta di nulla». «L'elezione semi-diretta del Senato è una presa in giro, un pasticcio: come se volessero navigare verso l'India e si ritrovassero in America», lamenta Vannino Chiti. Magari fosse. Invece il nodo principale, com'è noto, resta l'articolo 2, quello che sancisce un principio quantomeno azzardato: che un organo cui competeranno elezioni degli organi di garanzia (Presidente della Repubblica, Corte costituzionale) non venga eletto direttamente dal popolo.

Ma le carte messe sul tavolo dal premier Matteo Renzi non alludono affatto a partite di carattere tecnico-costituzionale, quanto piuttosto a un redde rationem politico. Non tanto e non solo con i Ventotto (che durante l'estate potrebbero assottigliarsi, in virtù di pressioni renziane già in atto), quanto sull'intero scenario. Accelerazioni e forzature («Troppe in giro», s'allarma il fuoriuscito Stefano Fassina) che preludono a un settembre di fuoco. Con un accerchiamento di nodi irrisolti su Palazzo Chigi tale da non far escludere nessuna ipotesi. Persino quella elettorale, finora adombrata dai renziani solo come minaccia. «La minoranza dem è populista e non vuole il dialogo», si esaspera l'avanguardia renziana in Senato, Andrea Marcucci.

I segnali che vengono dal fronte avverso - «prendete atto che il buonsenso impone di cambiare strada ed evitate la conta» dice per esempio il senatore ribelle Massimo Mucchetti - hanno effettivamente il sapore sgradevole della falsa pista imboccata dal Pd, e stavolta con numeri che testimoniano l'assenza di una maggioranza: 28 più 12 (gruppo delle Autonomie) fa 40, e neppure con il soccorso verdiniano Renzi ce la farebbe mai a licenziare la riforma così com'è. Non solo: anche se il governo va sotto, sottolinea la minoranza interna, «non c'è alcun rischio di crisi, perché è materia costituzionale» (Speranza l'ha ribadito ieri). «E se Renzi volesse aprirla, dovrebbe spiegare lui agli italiani perché è così importante non far eleggere dal popolo i senatori», si ragiona in Senato. In effetti, i Ventotto godono (almeno per ora) di una posizione di forza che li rende inattaccabili dalle lusinghe di lasciare il Pd. «Ma chi vuole uscire, perché? Ci cacci, se ne ha voglia. Non credo che sia una buona scelta: sia per l'imbarazzo, sia perché in quel caso perderebbe ufficialmente la maggioranza». È però chiaro che a ottobre, quando anche altre giocate potrebbero rivelare i mille bluff del premier, l'ipotesi rilanciata ieri da Rosy Bindi di un nuovo Ulivo potrebbe tornare seducente. E magari persino trovare un terreno d'incontro con i laburisti di Fassina e Cofferati che a novembre cercheranno di mettere assieme il puzzle di una Nuova sinistra. Forse con una «discontinuità più marcata con Renzi, rispetto all'ipotesi-Ulivo, che è esperienza di vent'anni fa», spiega Fassina. «Io non lascio il Pd, ma sembra Forza Italia»: il grido di dolore del bersaniano D'Attorre interpreta alla perfezione il momento. Si sta come d'autunno sugli alberi le foglie.

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