Senza coprifuoco finirà anche la nostra guerra

Chi appartiene alla mia generazione, quella dei cosiddetti "boomers" ha sempre invidiato ai nostri genitori e ai nostri nonni l'aver conosciuto la sensazione di una guerra che termina

Senza coprifuoco finirà anche la nostra guerra

Chi appartiene alla mia generazione, quella dei cosiddetti «boomers» - parola molto usata dai più giovani per prenderci bonariamente in giro, dandoci dei quasi vecchi però con quel tocco un po' chic - ha sempre invidiato ai nostri genitori e ai nostri nonni l'aver conosciuto la sensazione di una guerra che termina. Il sollievo, la polvere che si deposita, il silenzio, la libertà dalla dittatura e dalle sirene, la prospettiva della ricostruzione, del lavoro per tutti, della fiducia nelle persone e nelle magnifiche sorte e progressive. «La guerra è finita!», c'è frase più bella? Più di «Ti amo». Ma se quest'ultima è una frase che a qualcuno è capitato di sentir pronunciare qualche volta nella vita, la prima noi l'abbiamo sentita scandire solo nei film, nei documentari, in certi cinegiornali impastati della retorica nasale di un'epoca che aveva vissuto di proclami.

Quella al Covid è la cosa più simile a una guerra che abbiamo conosciuto nella nostra torpida vita di comodità, di studi pagati, di riscaldamento autonomo d'inverno e aria condizionata d'estate, di fine settimana a Parigi, di internet gratis e di serie televisive viste sui tablet. La Guerra Fredda era un borbottio lontano, un tuono mai diventato temporale, e comunque gli storici ormai concordano che rischiò di tramutarsi in una guerra guerreggiata - e nucleare - soltanto nel 1962 con la crisi dei missili a Cuba. Pochi di noi hanno l'età per ricordare e per avere avuto paura. Il terrorismo fu una guerra civile che rese le nostre vite plumbee per diversi anni, che ricordiamo in bianco e nero, ma non ci costrinse a restare tappati in case allora molto meno simili a sale hobby di quelle odierne. E anche l'11 settembre, che vivemmo sgomenti e ci indusse a svuotare gli scaffali dei supermercati per quella che ci sembrò un conflitto inevitabile e totale, non è andata oltre una serie di pur orribili attentati costati la vita a qualche migliaio di martiri qualsiasi.

Ecco perché pochi di noi hanno saputo resistere alla tentazione letteraria di trasformare l'assalto del Covid ai nostri corpi e alle nostre vite in una guerra. Perché ha coinvolto e minacciato tutti noi - soldati in camici bianchi e civili - perché quasi ogni famiglia ha pianto il suo morto vicino, perché ha sconvolto le nostre vite. Non siamo d'accordo quindi con quanti - medici, filosofi, politici, comunicatori - hanno criticato l'approccio bellico del discorso collettivo della pandemia trovandolo inappropriato, allarmistico, fuorviante. Di guerra bella e buona per noi si tratta, con tutto quell'armamentario di patriottismo spicciolo, coraggio e viltà a braccetto, sequestro di ogni pagina dei giornali e dei dialoghi quotidiani, strategie, tattiche. Non è un caso che alla fine a dare la svolta al conflitto sia stato un generale che va in giro con la mimetica e le mostrine. E non è un caso che il vocabolario del virus sia pieno di parole belliche: campagna, battaglia, armi, offensiva. E coprifuoco, vocabolo ferrigno e deprimente. Ecco: se davvero presto potremo dimenticare questa parola antica, sarà davvero l'inizio della fine della nostra guerra da «boomers».

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