Siria, l'Isis assalta il carcere con i suoi jihadisti: 70 morti

Prima la rivolta, poi l'esplosione di un'autobomba e i combattimenti. I terroristi rialzano la cresta

Siria, l'Isis assalta il carcere con i suoi jihadisti: 70 morti

Altro che sconfitto. L'Isis è vivo e vegeto, pronto a riprendere assalti e stragi. Lo ha dimostrato con i due attacchi messi a segno tra Siria e Iraq nella notte di giovedì. Il primo e più grave, ha avuto come obbiettivo la prigione di Al Hasaka, del nord est della Siria, controllata dalle milizie curde dell'Sdf (Fronte Democratico Siriano) alleate degli Stati Uniti. L'assalto, iniziato giovedì notte, è stato preparato e facilitato da una rivolta all'interno dal carcere dove, fino a giovedì, erano detenuti circa 12mila fra miliziani ed ex-sostenitori dello Stato Islamico. Una rivolta seguita dall'esplosione di un'autobomba guidata fin sotto l'entrata principale dell'edificio da un militante suicida. Subito dopo lungo il perimetro del carcere si sono accesi intensi combattimenti estesisi, in poche ore, fin dentro la città di Hasaka. Mentre resta incerto il numero dei detenuti evasi il bilancio del sanguinoso assalto si è aggravato di ora in ora. Nella tarda serata di ieri i caduti tra civili, miliziani curdi, detenuti e assalitori erano una settantina, mentre rimaneva incerto il numero degli evasi. Quasi contemporaneamente, però, l'Isis tornava in azione sul fronte iracheno colpendo una base dell'esercito nella provincia di Diyala.

L'attacco, costato la vite a nove militari, non è di buon auspicio per il nostro paese chiamato, dalla prossima primavera, ad assumere il comando delle forze Nato in Irak in seguito al ritiro Usa. Al momento l'episodio più inquietante resta però l'assalto alla prigione di Al Hasaka. E non solo per la complessità, la vastità e la durata dell'escalation terrorista, accompagnata da un impressionante numero di morti e feriti. Dietro quel drammatico episodio si nascondono le responsabilità, i ritardi e le sottovalutazioni di una comunità internazionale che, dopo la presunta sconfitta dell'Isis, si è sistematicamente disinteressata di quanto succedeva in Siria e negli ex territori del Califfato. Da almeno due anni si sapeva che la situazione nelle carceri, affidate al controllo dei miliziani curdi, era diventata ingestibile. Privi di fondi, di personale e di un adeguata preparazione i miliziani curdi dell'Sdf sono stati abbandonati a stessi sia dagli americani, sia dagli altri paesi della cosiddetta coalizione anti-Isis. Dietro quel disinteresse si nascondeva l'evidente volontà di lasciar parcheggiati nel nord della Siria i militanti stranieri dello Stato Islamico. Una scelta tacitamente perseguita da paesi come Francia e Inghilterra preoccupati che i terroristi riportati in patria beneficiassero dell'eccessivo garantismo di tribunali e sistemi giudiziari pronti ad assolverli o a condannarli a pene esigue. Allo scaricabarile europeo si è aggiunto quello di paesi come la Tunisia spaventati dall'idea di riportare in patria centinaia di spregiudicati terroristi. Così le sovraffollate carceri del nord-est siriano, abitate da ex-combattenti privi di scrupoli, si sono trasformati in piccoli Califfati controllati e autogestiti dai prigionieri. Una situazione esplosiva per le autorità curde che hanno finito con il garantire il rilascio e un certificato ufficiale di ravvedimento ai prigionieri pronti a pagare 6mila dollari e a farsi accompagnare verso i territori della provincia siriana di Idlib controllata da Al Qaida o verso il confine con la Turchia. Ma quelle costose «cauzioni» provenivano, ovviamente, anche dalle casse di uno Stato Islamico che ha colto l'opportunità di far liberare alcuni dei propri capi. Ricostituite le gerarchie, è scattata un'offensiva studiata per ridare consistenza numerica alle nuove cellule. Così tra breve, grazie all'insipienza di Stati Uniti ed Europa, il terrore jihadista potrà rialzare la testa. A cominciare da quei territori dove, solo tre anni fa, sembrava definitivamente sconfitto.

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