"Speranza era molto seccato...". La verità sul report Zambon

La difesa di Ranieri Guerra: non l'ho fatto ritirare io. Spuntano nuove mail interne all'Oms sul report scritto da Francesco Zambon

"Speranza era molto seccato". La verità sul report Zambon

Che poi a fermarsi un attimo, la vicenda del report Oms sulla risposta "caotica e creativa" dell'Italia sarebbe semplice. Riguarda l'indipendenza dell'Oms, i suoi modi di agire, le modalità con cui ha operato nel Belpaese e nel resto del mondo durante la pandemia. È sicuramente anche una storia fatta da tanti protagonisti, dal "pesce piccolo" Francesco Zambon al funzionario Ranieri Guerra. Un intreccio di fatti, ricostruzioni, accuse di presunte pressioni per “edulcorare” il documento così da farlo apparire meno indigesto al ministero della Salute italiano. Ma è anche un romanzo politico e internazionale, con esponenti Oms che inviano “scuse profuse” a ministri, finanziamenti esteri, chat di incontri con il capo di gabinetto e tentativi di “far cadere nel nulla” il rapporto.

Come ogni vicenda della vita, anche in questo caso la prosa viene letta da diversi punti di vista. E ognuno cavalca la propria narrazione. Ranieri Guerra, ad esempio, rigetta ogni addebito e lo fa presentando alla procura di Bergamo un faldone da 500 pagine di memorie, ricostruzioni e file. Gli rinfacciano che nel 2013 non seguì le linee guida Oms sui piani pandemici? Lui risponde che non erano vincolanti. Lo accusano di aver violato una decisione dell’Ue sempre nel 2013? Per Guerra riguardava il coordinamento con altri Stati, non i piani pandemici nazionali. E la censura del report di Zambon? Tutta colpa dell’ufficio cinese dell’Oms, guidato da Gauden Galea, non sua. E le chat emerse tra lui e Brusaferro, in cui si vantava di aver fatto “rimuovere il documento”? Robe parziali ed estrapolate dal contesto. Lo stesso dicasi per le accuse di “false dichiarazioni” rese ai pm: chiede archiviazione del procedimento “per insussistenza di ogni ipotesi accusatoria a suo carico”.

La verità sul rapporto Zambon

Dopo esserci occupati della questione del piano pandemico (leggi qui), spazio ora al report di Zambon. Cosa successe veramente in quei giorni? E come mai quel dossier così importante, finanziato dal Kuwait, venne cestinato nel silenzio generale? A fine marzo l’ufficio Oms di Venezia “propone il progetto della pubblicazione”. Quando a fine marzo l’ufficio Oms di Venezia guidato da Zambon “propone il progetto della pubblicazione”, i rapporti tra il ricercatore e Guerra sembrano cordiali. I due concordano sul lavoro da realizzare, tanto che il 14 aprile Zambon invia al collega indice e copertina del rapporto, ringraziandolo per la “intermediazione con il Ministro” e augurandosi che “la proposta trovi il placet” di Speranza. Per un mese, comunque, sul dossier non sembrano sorgere complicazioni di sorta. Poi il 6 maggio accade qualcosa. Il ricercatore di Venezia si lamenta perché Dorit Nitzan, uno dei vertici europei dell’Oms, “non approva” il documento già pronto per andare in stampa. "Gli stronzi dell’headquarter bloccano la pubblicazione”, scrive Zambon a Guerra, chiedendogli di intercedere presso Souymta Swaminatham (chief scientist dell’Oms) da cui dipende “fare il famoso click”. Nei meandri dell’Organizzazione intanto la bozza circola. Passa sotto diverse mani. Alcuni sottolineano come “non ci sia tempo per verificare i dati” e che sebbene ci siano parti “politicamente sensibili”, il testo ha già ottenuto le dovute autorizzazioni. Insomma: nessuna revisione, ma “nessuna grande bandiera rossa”. Così alla fine ottiene il via libera.

In quel momento, sostiene l’avvocato, di quel dossier Guerra conosce solo l’indice e la copertina. Il testo definitivo gli arriva l’11 maggio da Swaminatham, la quale nel dare il semaforo verde per la pubblicazione gli chiede di controllare i dati. “A quel punto - si legge nella memoria - Guerra esamina il contenuto del report, rilevando però una serie di incongruenze ed inesattezze, alcune delle quali provvede a segnalare al dr. Zambon e al suo team”. Due mail in quel giorno sembrano rompere il rapporto tra il ricercatore e Guerra. Dando il via alla valanga che qualche mese dopo travolgerà l’Oms, l'Italia e il direttore aggiunto.

“Non fatemi casino su questo”

La prima missiva è ormai nota. Sono poche parole, con un tono diverso da quello solitamente utilizzato da Guerra: il funzionario Oms chiede di indicare come “ultimo aggiornamento” del piano pandemico il “dicembre 2016” e non il 2006. “Non fatemi casino su questo - si legge - Stasera andiamo sui denti di Report e non possiamo essere suicidi”. Guerra appare preoccupato. Per cosa? Dirà Zambon in seguito: “Quando ricevetti la mail con tono intimidatorio pensai che Guerra fosse in buona fede, e chiesi una verifica su tutti i piani pandemici dal 2006. Poi mi accorsi che non si trattava di buona fede ma di un copia e incolla. Guerra stava cercando di coprire o mi chiedeva di falsificare qualcosa in un periodo in cui lui era stato direttore per la prevenzione”. Versione respinta al mittente da Guerra, secondo cui è del tutto “inesistente” la “richiesta di correggere l’indicazione sul piano pandemico”.

Vero è, però, che Guerra e Cristiana Salvi, portavoce dell’Oms Europa, appongono ben 106 correzioni al testo, alcune sulla “correttezza scientifica dei dati” e molte altre - troppe - di natura prettamente politica (leggi qui i dettagli). Alcuni esempi? Guerra, laddove il report parla di un “piano pandemico” approvato nel 2006, aggiunge che era stato “aggiornato e riconfermato nel dicembre del 2016”. La Salvi invece fa notare che l’Oms aveva “cercato di giustificare quanto accaduto senza incolpare l’Italia”, oppure che elogiare il Veneto sarebbe stata “una bomba mediatica”. L’obiettivo sembra insomma essere quello di sminare “minacciose situazioni mediatiche per cui il documento potrebbe prestare appigli”.

Zambon, è chiaro, può accettare suggerimenti ma non censure politiche. Gira ai colleghi le indicazioni di Guerra, chiedendo di “tenerle in considerazione” ma solo “a seconda dei casi”. Così il 13 maggio il report finisce online con alcune correzioni, ma non tutte: sul piano pandemico, ad esempio, gli estensori aggiungono che venne “riconfermato nel 2017” senza però indicare alcun “aggiornamento”.

“L’interlocuzione col governo italiano”

Ed è qui che la partita si fa prettamente politica. La sera del 13 marzo, dunque due giorni dopo i “suggerimenti” inviati da Guerra, le mail dei protagonisti sono intasate di messaggi. Zambon informa il collega dell’avvenuta pubblicazione del report ricorretto e modificato, dando il via allo scontro. Guerra si mostra deluso di non aver potuto “parlare prima di una bozza avanzata” e di non aver potuto “chiedere l’accordo del ministro come al solito facciamo in queste circostanze”. La disapprovazione è tale che Guerra intende dissociarsi dal report perché “non rappresenta necessariamente le posizioni del quartier generale” dell’Oms. “Se dovessi essere chiamato dal ministro sul documento - si legge - dovrò inevitabilmente giustificare la nostra posizione aziendale”.

Condividere la bozza con Speranza

Zambon non è d'accordo. Si dice dispiaciuto che la questione “abbia preso questa piega”. E non capisce perché si dovesse “condividere la bozza” con Speranza nè di cosa dovrebbe “giustificarsi”. “Come OMS possiamo, anzi credo dobbiamo fare una valutazione ben indipendente - scrive il ricercatore - Il rapporto è scritto in un modo che non nasconde certo le cose, ma non fa neanche delle accuse a nessuno”. Anzi: “L'Italia non ne esce affatto come un paese sconfitto”, ma le molte criticità “non possono essere non dette, né, come proponeva Cristiana, smussate”.

Il perché di tanta preoccupazione lo spiega lo stesso Guerra in una successiva mail. Parla di “questioni politiche che si stanno accavallando”, mette in allarme per un Oms “sotto schiaffo”, sottolinea gli attacchi rivolti a Tedros, D’Alema e Speranza. “Uno degli out out di Speranza - si legge - è stato sempre il poter riferirsi a OMS come consapevole figlia di fico per certe decisioni impopolari e criticate da vari soggetti”. Insomma: per Guerra l’Oms non doveva mettersi “in veste critica non concordata con la sensibilità politica del ministro” per evitare che la pubblicazione venisse “vista e percepita come un colpo alla schiena”.

Zambon “avvalla” l’operato di Speranza

Breve parentesi. Tra le mail, mai rese pubbliche fino ad ora, ne emerge anche una tutt’altro che attesa. Riguarda il giudizio che Zambon dà dell’operato del ministro e dell’Italia nella lotta al Covid. Nelle mail parla di un “documento che non critica affatto l’Italia”, attacca “l’ignobile Report”, sbertuccia i giornalisti “di bassa, bassissima lega” e ritiene l’Italia uno Stato “cui guardare come esempio”. Non è detto che oggi, alla luce di quanto emerso, pensi le stesse cose. Ma il punto resta uno: se il rapporto elogiava davvero il Belpaese, perché 24 ore dopo scompare dalla Rete? E chi lo elimina?

La pista cinese

Qui le strade sono due. Da una parte c’è la “pista pechinese”, quella cavalcata da Guerra, secondo cui furono le pressioni cinesi a costringere Zambon a ritirarlo. Dall’altra c’è la convinzione dei pm, i quali leggendo alcune chat ritengono sia stato Guerra ad adoperarsi personalmente alla rimozione” del report.

Partiamo dalla Cina. Il 14 maggio il rappresentante cinese dell’Oms, Gauden Galea, intima a Zambon di “rimuovere immediatamente il documento dal web”. Si tratta di una “emergenza”, scrive Galea, a causa di alcune imprecisioni in nel “box sulla Cina” che “deve essere urgentemente controllato dal quartier generale dell’Oms”. Fabio Scano, anche lui delegato Oms in Cina, ci mette il carico da 11 e suggerisce due cancellazioni e una cosa da aggiungere: “Hanno tutte enormi implicazioni politiche in relazione alle accuse all’Oms sui comunicati ufficiali riguardo alla trasmissione del virus da uomo a uomo”. Bene. In questi giorni è stata venduta come un grande novità. Ma in realtà si tratta di questioni in sostanza già note. Zambon non ha mai nascosto di aver tolto dalla Rete il report per correggere le piccole imprecisioni, anzi. Fatte le modifiche, però, era subito pronto a ricaricarlo online. Solo che il dossier, benché avesse avuto il via libera sia da Copenaghen che da Ginevra, non è mai tornato fruibile. Perché?

La pista italiana

Ed è qui che prende corpo la pista italiana. Guerra si tira fuori, dicendo di non aver “nulla a che vedere” con la mancata ripubblicazione del report e getta la palla in mano ad Hans Kluge, direttore regionale Ue dell’Oms. Speranza, dal canto suo, assicura che la decisione fu solo ed esclusivamente dell’Oms. Per Zambon, invece, “le cose non sono andate così”. A far sorgere i sospetti sono le chat intercorse tra Ranieri Guerra e Silvio Brusaferro dell’Iss, quelle sugli “somarelli di Venezia” e il rapporto da modificare in accordo col ministero. Ci sono i messaggi sulle richieste di Goffredo Zaccardi, capo di gabinetto di Speranza, per far “cadere nel vuoto” il dossier. Ma anche le “scuse profuse” indirizzate da Guerra al ministro. E una mail di Kluge preoccupato per la sua “relazione con il ministro molto seccato” e pronto a far di tutto per rendere “felice” il ministero della Salute. “Il punto - ragiona Zambon - è se una pubblicazione viene bloccata perché irrita la sensibilità del ministro. Noi dobbiamo occuparci della relazione personale o raccontare una cosa che poteva essere utile agli altri Stati?”.

Rivedere il report

Agli atti ci sono infatti mail, sms e chat che fanno pensare a quella che Zambon chiama “un’interferenza del governo” nella pubblicazione del dossier. Il 14 maggio, alle 9.18 del mattino, Guerra invia una mail “confidenziale” a Speranza e Brusaferro “confermando” “con molto dispiacere” la pubblicazione del rapporto veneziano. “Avevo già impostato la discussione preliminare con te Silvio, Franco Locatelli, Andrea Urbani e Ruocco, per lo meno, al fine di evitare di accendere inutili e dannose polemiche su un testo che inevitabilmente si presta a diverse letture”. Non solo. Guerra, che voleva usare il report “come camera di ulteriore amplificazione degli straordinari provvedimenti di governo”, si scusa per non essere riuscito ad intervenire su quegli autori - guarda un po’ - che avevano invocato “autonomia e indipendenza”. Per questo, in un’altra mail del 14 maggio, prende ancora le distanze dal dossier, parla di “segnali di turbolenze istituzionali da parte italiana” e annuncia che il contenuto del dossier sarebbe stato “rivisto dal ministero della Salute”. Circostanza poi confermata in un ulteriore sms inviato a Brusaferro.

Che poi, a pensarci bene, profili penali a parte, il punto su cui ragionale è un altro: perché l’Oms dovrebbe realizzare un report su un Paese per fare felice il ministro?

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