Sunak, l'anti-Boris che può salvare i conti

Riservato, competente, è l'uomo del conservatorismo fiscale che ha alzato le tasse

Sunak, l'anti-Boris che può salvare i conti

È stato il ministro del Tesoro del whatever it takes, espressione rubata a Mario Draghi durante la tempesta del Covid attraversata dal governo di Boris Johnson. Con una pioggia di 350 miliardi di crediti garantiti, in piena crisi Covid, è riuscito a traghettare il Regno Unito fuori dalla pandemia, sostenendo il mondo produttivo e mettendo da parte parole sue «l'ideologia e l'ortodossia economica» per affrontare la crisi. Poi si è trasformato nel ministro che ha alzato più tasse negli ultimi 50 anni e il primo in mezzo secolo ad annunciare di voler portare su anche la tassa sulle imprese la corporation tax - dal 19 al 25%. «Ho il sacro dovere di tenere i conti pubblici in ordine», diceva, mentre tentava di aiutare famiglie e imprese a sostenere i costi dell'energia. E quando ha scaricato Boris, dimettendosi e spingendo l'ex premier verso l'uscita da Downing Sreet, ha bollato la politica economica dei tagli alle tasse di Liz Truss, con un pacato ma definitivo «non responsabile». I fatti gli hanno dato ragione. La premier inglese è diventata capo del governo, battendolo nella corsa estiva per la successione a Boris, ma 44 giorni dopo è finita nella polvere. E lui, oggi, torna a puntare alla poltrona più ambita, dopo aver disubbidito alla promessa di tagliare le tasse e aver garantito agli inglesi di essere «sincero» e di voler mettere da parte «le favole confortanti» per evitare che «i nostri figli vivano domani peggio di noi».

Ecco chi è Rishi Sunak, l'ex ministro del Tesoro di Johnson che in due anni e mezzo al governo si è trasformato nello sfidante più insidioso per Boris nella corsa alla guida del Regno Unito. Il suo conservatorismo fiscale e gli avvertimenti profetici sulle politiche economiche catastrofiche della Truss ne fanno l'uomo che potrebbe salvare i Tories, il governo inglese ma soprattutto il Paese dalla catastrofe. Così la pensano decine di deputati conservatori che appoggiano la sua candidatura a Downing Street, mentre l'inflazione nel Paese galoppa e segna un picco del 10,1%, record dal 1982.

Sunak potrebbe essere l'uomo giusto in questa nuova tempesta. «Ha un piano e la credibilità per ripristinare la stabilità finanziaria, aiutare a ridurre l'inflazione e realizzare tagli fiscali sostenibili nel tempo; e unisce i conservatori», dice il viceministro alla Salute Robert Jenrick, tra i suoi sostenitori interni.

Riservato, competente, niente gaffe alle spalle, Sunak è per carattere l'anti-Boris, capace di rassicurare chi già trema all'idea del ritorno di Johnson, ancora sotto inchiesta per il partygate e sempre a rischio scivoloni. All'età di 42 anni, dopo averne trascorsi due e mezzo al Tesoro, Sunak spera nel salto più ambito. Vuole diventare il primo indiano a Downing Street, lui che è figlio del miracolo multiculturale british, grazie al quale due immigrati originari del Punjab e nati in Africa hanno cresciuto un figlio fino a vederlo maneggiare i conti dello Stato e adesso a un passo dalla guida del governo. Privilegiato lo è anche lui. Padre medico, madre farmacista, ha frequentato ottime scuole (il Winchester College con retta da 50mila euro e il tempio dell'accademia, Oxford) aggiungendo al curriculum una specializzazione a Stanford, California, lavori nella finanza, inclusa Goldman Sachs, prima di entrare in Parlamento nel 2015. Come se non bastasse, a tutto ciò si è aggiunto un matrimonio con Akshata, figlia del miliardario indiano Narayana Murthy.

Tanto è bastato per fargli guadagnare il nomignolo di «maharajah dello Yorkshire», dove ha il suo seggio, talmente ricco da esibire con nonchalance una tazza da 200 euro e raccontare di allenarsi ogni giorno su una bici da camera da 2mila euro.

Punti a suo sfavore: aver «tradito» Boris con le sue dimissioni - ma per i suoi sostenitori non è un male - e avere una moglie che solo dopo una forte pressione mediatica, accusata di aver eluso milioni di sterline al Fisco, ha annunciato che avrebbe pagato le tasse nel Regno Unito sui suoi redditi all'estero.

Sulla Brexit è stato sempre coerente: ha votato per il Leave ed è rassicurante anche per la destra nazionalista. Ma soprattutto è l'uomo che potrebbe garantire stabilità politica e tappare il buco da 40 miliardi di sterline nei conti pubblici senza mandare tutto per aria. A Londra nulla è più importante in queste ore.

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