Svolta in Procura a Milano. Il capo non è rosso ma Viola

Dopo cinquant'anni eletto un "Papa straniero" che non ha la tessera di Md: sconfitto Romanelli

Svolta in Procura a Milano. Il capo non è rosso ma Viola

Le toghe di sinistra hanno provato fino all'ultimo a scongiurare due pericoli che in una botta sola rischiavano di abbattersi su di loro. Il primo: che per la prima volta da cinquant'anni la Procura di Milano fosse guidata da un magistrato venuto da fuori, cresciuto lontano da quel viluppo di percorsi comuni, di alleanze, financo di segreti che hanno contribuito a farne il tempio del pool Mani Pulite, il santuario del «resistere, resistere, resistere». Il secondo, forse ancora peggiore: che il «papa straniero» non avesse in tasca la tessera di Magistratura democratica e delle correnti sue alleate, che per anni hanno considerato Milano un feudo inespugnabile. Ma non c'è stato niente da fare. Alle 13 di ieri il Consiglio superiore della magistratura vota il nuovo capo della Procura. E al primo scrutinio, senza neanche arrivare al ballottaggio, passa Marcello Viola, procuratore generale di Firenze, che sconfigge - e con un distacco assai più ampio del previsto - il candidato che Md si è trovata a sostenere praticamente da sola: Maurizio Romanelli, procuratore aggiunto a Milano, un pm serio e tosto, che ben poco ha a che fare con il «cerchio magico» che ha retto in questi anni la Procura milanese e ne ha indirizzato le indagini. Ma Romanelli ha sempre lavorato nella Procura milanese, e non poteva essere lui l'uomo della «discontinuità», la rottura con gli scontri feroci che in questi dodici mesi si sono consumati a Milano intorno a tutte le inchieste importanti - da Eni alla loggia Ungheria al Monte dei Paschi di Siena - e che hanno portato sotto processo i suoi vertici.

Di questi mesi pesanti si parla a lungo, e in modo finalmente esplicito, nel plenum di ieri del Csm chiamato a sciogliere il nodo Milano. E intensa è anche l'eco del «caso Palamara», le chat che hanno investito in pieno lo stesso Consiglio superiore disvelando il sistema delle lottizzazioni politiche e di corrente. Giuseppe Cascini, toga di Md che pure in quelle chat compare ripetutamente, cerca di usare il caso Palamara nell'ultimo, disperato tentativo di affossare la candidatura di Viola, ricordando che il suo nome era sponsorizzato per un altra nomina eccellente, quella alla procura di Roma, dai partecipanti alla famosa riunione all'Hotel Champagne. Gli risponde a brutto muso il pm Nino Di Matteo, ricordando che in quelle chat c'è anche il nome di Romanelli. Alessandra Dal Moro, anche lei di Md ci prova più nobilmente, «Romanelli è in grado di interpretare la storia di un ufficio che ha sempre funzionato perfettamente, ha l'autorevolezza la storia professionale che lo rendono in grado sicuramente di ricompattare l'ufficio». Ma ormai è una battaglia di retroguardia destinata alla sconfitta, al momento del voto Romanelli si ritrova solo con sei voti, quasi tutti della sua corrente, mentre per Viola votano compatti non solo i moderati della sua corrente e gli ex davighiani, ma tutti i membri laici eletti dal Parlamento, sia di centrodestra che grillini. Una compattezza che ha pochi precedenti, e che si spiega solo con la volontà di mettere a Milano un procuratore non vulnerabile dai ricorsi al Tar: e che consenta davvero di voltare pagina.

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