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Il talento di Franceschini, l'eterno vincitore. Pure stavolta ha puntato sul cavallo giusto

Il capocorrente (e la moglie) pronti a incassare il premio per il loro sostegno

Il talento di Franceschini, l'eterno vincitore. Pure stavolta ha puntato sul cavallo giusto

L'eterno ritorno del Dario, inteso come Franceschini. È noto che dietro la «novità» Schlein ci sia un bel pezzo di antiquariato Pd, in primis il vecchio volpone cattodem Dario Franceschini. E chi altri poteva esserci? C'è sempre lui dietro ai nuovi segretari del Pd. Con un fiuto infallibile l'ex democristiano si posiziona sempre dal lato giusto del partito e ne raccoglie poi frutti, cioè le poltrone, per sé e adesso anche per la moglie, la neodeputata Michela Di Biase. Sembra che sia stata proprio lady Franceschini - l'ha scritto Dagospia - a convincere il marito ad appoggiare la candidata svizzero-italiana, data per sfavorita dai bookmaker, che non hanno però le doti divinatorie di Franceschini.

E così l'eterno ministro (lo è stato per cinque volte, più due sottosegretario a Palazzo Chigi, record della Seconda Repubblica) è caduto in piedi anche stavolta. La fortuna può aiutare, ma non basta, questa è classe. E se Franceschini è sempre riuscito a comandare nel partito anche con segretari di apparato a loro volta capicorrente, con la Schlein, una che fino a pochi giorni fa non era neanche iscritta al Pd, ha davanti a sè le praterie. La moglie De Biase è infatti uno dei nomi in pista per la squadra della segretaria, ma anche come nuovo capogruppo alla Camera.

E per Dario? «Io non ho promesso nulla», garantisce la Schlein. Ma non c'è bisogno di promettere qualcosa a Franceschini, lui la prende da sè, per forza gravitazionale. Un incarico nel partito sarebbe riduttivo per lui, e anche inutile: comanda già così. E adesso ancora di più. Emblematico il tweet di Alberto Losacco, senatore e fedelissimo dell'ex ministro Pd. Solo un emoticon, il faccino sorridente con gli occhiali da sole, e una foto di Franceschini. Come dire, ha vinto Dario, e noi con lui.

Non una novità per Franceschini. Anche una estrema sintesi della sua carriera di partito fa impressione per la costanza nei risultati di piazzamento personale. Subito numero due di Walter Veltroni segretario Pd (Renzi lo chiamerà «il vice-disastro»), poi ne prende il testimone fino al 2009 quando viene sconfitto da Bersani. È lì che Franceschini si organizza come capocorrente e king maker del partito, portando in dote a Bersani i suoi voti per fargli vincere le primarie della coalizione nel 2012, contro Renzi. E vince. Ma solo un anno dopo il colpo di scena. Franceschini cambia cavallo, e alle primarie del Pd sostiene Renzi (quello che lo insultava) contro Bersani. E rivince. Poi Renzi cade, ma Franceschini ovviamente no. Tocca a Zingaretti guidare il Pd. Con l'appoggio di chi? Ovviamente della corrente di Franceschini, che come al solito si ritrova nella parte vincente del partito. E incassa il dividendo. Nel frattempo infatti, grazie al suo peso nel Pd e alla sua vicinanza al segretario di turno, è riuscito a fare il ministro con tutti i governi: quello di Letta (in lotta con Renzi), quello di Renzi (che manda a casa Letta), quello di Gentiloni che arriva dopo le dimissioni di Renzi. E poi riesce ad entrare nel governo anche con Conte, e pure con Draghi. É riuscito a prendersi una nomina anche con il Pd sconfitto alle elezioni: presidente della Giunta delle elezioni, al Senato. Chapeau.

È l'uomo per tutte le stagioni, la sua corrente si chiama non a caso «AreaDem», dove l'area è variabile, è può andare da Renzi alla Schlein. Quello che non varia è la centralità di Franceschini. Sempre in piedi. O seduto, su una bella poltrona (in alternativa, per la moglie).

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