In Iran la tensione è sempre più alta e sale il livello di allerta per una guerra che potrebbe scoppiare da un momento all'altro. Proteste si sono diffuse nel Paese dalla fine di dicembre, iniziate con uno sciopero nel bazar di Teheran, alimentate dal crollo dell'economia. Ma all'inizio di gennaio, quando gli iraniani si sono ribellati in massa, le forze di sicurezza hanno iniziato a reprimere con violenza letale, sanguinaria, senza precedenti. La polizia spara per uccidere: al collo, alla testa, all'addome. Visi vengono spaccati con bastoni, con crudeltà. Uno dei più grandi massacri del nostro tempo. Paesaggi apocalittici: stazioni della metropolitana vandalizzate, muri coperti da slogan, bidoni della spazzatura bruciati. Non sono state solo le proteste a innervosire il regime. Il presidente Trump ha incoraggiato i manifestanti e minacciato l'intervento militare. Ha quindi inviato la portaerei Lincoln verso il Golfo persico e ieri i pasdaran hanno pubblicato la foto della nave nel mirino e promesso di affondarla. In molti luoghi, nelle settimane scorse le rivolte sono diventate incontenibili e sfociate in massacri. Negozi, moschee e stazioni di polizia sono stati dati alle fiamme. Finché il 9 gennaio, la Guida Suprema, Ali Khamenei, ha ordinato di reprimere le proteste con qualsiasi mezzo. Le forze di sicurezza sono state schierate con l'ordine di sparare per uccidere e di non mostrare pietà. Il bilancio delle vittime è aumentato vertiginosamente.
Il New York Times ha verificato i video di pasdaran e basij che aprono il fuoco sui manifestanti in almeno 19 città diverse e in sei quartieri di Teheran. In un filmato si sente il rumore di proiettili a Sadeghiyeh. I dimostranti si girano, fuggono e urlano. Un altro mostra le forze di sicurezza che sparano sui contestatori dal tetto di una stazione di polizia a Teheran Pars per oltre sei minuti. Queste scene testimoniano la ferocia della repressione del regime. Solo nell'arco delle due giornate dell'8 e 9 gennaio potrebbero essere state uccise nelle strade dell'Iran oltre 36mila persone per Iran International, bilancio peggiore del Time, secondo altre fonti sarebbero addirittura 53mila i morti. In quei due giorni, un giovedì e un venerdì, le scorte di sacchi per cadaveri sono esaurite. La stima non tiene conto dei feriti, poi deceduti, o delle vittime in aree dove non sono stati forniti bilanci.
Negli ospedali di Teheran, Mashhad, Isfahan scene di caos: medici che cercano freneticamente di salvare vite umane, camici bianchi inzuppati di sangue. I pazienti che giacciono su panche e sedie, e persino su pavimenti nudi, nei pronto soccorso sovraffollati. Immagini che sembrano provenire da zone di guerra. Un uomo ha il collo esploso, un altro un buco sotto la giugulare. Giovani con proiettili dietro le ginocchia, nelle piante dei piedi. Cadaveri avvolti in sacchi di plastica neri ricoprono ogni spazio. Accatastati nei frigoriferi. Disposti sul pavimento. Sparsi, fila dopo fila, a terra. Negli obitori si vedono persone passare da un corpo all'altro, alla ricerca di un familiare.
Uomini si abbracciano in lacrime sui cadaveri. Genitori che seppelliscono i figli. Figli che seppelliscono i genitori. Così anche i fratelli, gli amici, i compagni di classe. Ma ai funerali tutti cantano: "Questo fiore caduto sarà un dono per la nazione".