La vera chiave di Hormuz e dei negoziati di Islamabad è, forse, un gruzzolo da sei miliardi di dollari depositato in una banca del Qatar. Il via libera americano allo sblocco di quel tesoretto e il suo passaggio in mani iraniane sembra essere il lubrificante che ha sbloccato non solo i negoziati diretti tra la delegazione Usa e quella iraniana a Islamabad, ma anche l'apertura di Hormuz al passaggio di navi americane (due cacciatorpedinieri) pronte a ripulire lo stretto dalle mine. Ma da dove saltano fuori quei soldi? E perché sono "congelati" su un conto del Qatar mentre Teheran ne rivendica la proprietà? E cosa c'entrano con negoziato tra la delegazione guidata dal vice presidente Usa JD Vance e quella iraniana capitanata dal presidente del Parlamento Mohammad-Bagher Ghalibaf e dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi?
Per rispondere a queste domande bisogna fare un salto all'indietro fino al 2018 quando il presidente Donald Trump, al suo primo mandato, cancella gli accordi sul nucleare iraniano firmati da Barack Obama e reimpone le sanzioni sul petrolio iraniano. La mossa porta al blocco di sei miliardi di dollari che la Corea del Sud sta per versare a Teheran in cambio di precedenti acquisti di greggio. Quei sei miliardi tornano in gioco nel settembre 2023 quando il Qatar media la liberazione di cinque cittadini americani imprigionati in Iran in cambio di cinque iraniani detenuti negli Usa. In margine all'accordo i sei miliardi vengono trasferiti su un conto del Qatar in attesa del via libera americano al bonifico che deve restituirli all'Iran. Ma mentre si attende l'ok di Washington Hamas mette a segno i massacri del 7 ottobre a Gaza e l'amministrazione Biden, convinta del coinvolgimento della Repubblica Islamica nella strage, congela nuovamente il tesoretto. Ora lo sblocco, richiesto dagli iraniani già alla vigilia degli incontri di Islamabad sembrerebbe arrivato. Così almeno affermano, tra le smentite americane, alcune fonti di Teheran sentite dall'agenzia Reuters. Una delle due fonti specifica anche che "lo scongelamento di quei fondi è direttamente collegato alla garanzia di un passaggio sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz". Lo sblocco dei sei miliardi rappresentava, del resto, una delle pre-condizioni messe sul tavolo da Teheran per avviare i colloqui di Islamabad e discutere della riapertura di Hormuz.
La svolta "monetaria" spiegherebbe perché - subito dopo l'avvio dei colloqui - un funzionario americano ha informato l'agenzia Axios che una o più navi della marina statunitense stavano attraversando lo Stretto senza ricevere "alcuna minaccia" da parte iraniana. Notizia subito smentita dalla televisione di Teheran secondo la quale l'unità statunitense penetrata nello Stretto si sarebbe ritirata in seguito a un altolà della marina iraniana. A rilanciare l'episodio spiegando che gli Usa stanno "ripulendo lo stretto di Hormuz" ci ha pensato il presidente Donald Trump. "Stiamo iniziando - ha scritto su Truth, il suo social - il processo di bonifica dello Stretto di Hormuz come favore a Paesi di tutto il mondo, tra cui Cina, Giappone, Corea del Sud, Francia, Germania e molti altri.
Incredibilmente, non hanno il coraggio o la volontà di fare questo lavoro da soli". In verità il presidente, fedele alla propria storia, ha semplicemente affidato la riapertura di Hormuz all'arma per lui più efficace, ovvero il denaro.