"Mohammadi non smette di lottare contro il regime criminale di Teheran neanche da lì, dal più profondo della sua cella di prigioniera politica, dove è detenuta in condizioni disumane, senza poter parlare con la sua famiglia e i suoi avvocati, senza poter vedere la luce del giorno, sottoposta a interrogatori permanenti, picchiata, privata delle cure necessarie nonostante le botte subìte e un tumore". Chirinne Ardakani, avvocata dell'attivista per i diritti umani e Nobel per la Pace 2023, Narges Mohammadi, è certa che la sua assistita stia combattendo contro la ferocia del regime degli ayatollah in Iran anche dopo il suo tredicesimo arresto, che l'ha riportata nuovamente in carcere il 12 dicembre 2025, e dopo l'ennesima condanna dei giorni scorsi, che ha portato a quasi 40 gli anni di prigione che le sono stati comminati finora.
Ora si teme per la sua vita. Quando l'avete sentita l'ultima volta?
"Non abbiamo contatti dal giorno del suo ultimo arresto, tranne due brevissime circostanze. L'ultima domenica sera, quando in una telefonata fugace al mio collega iraniano, Mostafa Nili, ha riferito del processo del giorno prima, avvenuto in totale violazione dei diritti della difesa, senza un avvocato, e trasformato dal regime in una tribuna politica. La precedente è stata il 14 dicembre, quando ha chiamato il fratello, per comunicare di essere finita di nuovo in carcere e di essere stata brutalmente picchiata alla testa e ai genitali in quell'occasione".
Perché questo accanimento del regime?
"Perché Mohammadi non ha mai rinunciato alla sua lotta per la libertà e i diritti. È un simbolo di resistenza, ancor più dopo il massacro firmato dal regime l'8 e 9 gennaio, il peggiore nella storia del Paese, un crimine di guerra contro i civili e contro l'umanità. Ma lei ha sempre detto: il mio posto è qui, al fianco del popolo iraniano, in lotta. Sono loro che devono lasciare il Paese, non io".
Quello degli ayatollah è un messaggio?
"Sì, un messaggio agli iraniani e al mondo intero. Per dire che manterranno il potere con la forza, gli arresti, i processi farsa, le condanne, i massacri e le esecuzioni dei prigionieri politici, ripartite come mai prima d'ora".
Si è aperta anche la caccia ai riformisti...
"Ormai il regime non si accanisce più solamente contro le voci dei dissidenti, ma anche contro le voci dei dissonanti. Viene arrestato chiunque esprima un'opinione diversa dalla propaganda di Stato, compresi i sostenitori del regime stesso come i portavoce del Fronte Riformatore".
In cosa il regime di Teheran è diverso dagli altri?
"Mohammadi ce lo ha sempre ricordato. È un regime a tre facce, le più dure, poiché è teocratico, dunque religioso, misogino perché odia le donne, ed è militarizzato, con i Pasdaran che sono costituzionalmente incaricati di esportare la rivoluzione islamica nel mondo".
Gli iraniani torneranno in piazza o la paura prevarrà?
"Quello che sappiamo è che tra poco scatteranno i 40 giorni dalla morte di molte vittime della repressione e si terranno i funerali. Potrebbe accadere quello che abbiamo già visto. Che i familiari continueranno a usare le cerimonie funebri come occasioni di contestazione anti-regime, nonostante saranno sorvegliati e minacciati di tacere, attraverso il sequestro delle spoglie e il ricatto della restituzione dei corpi".
Gli Stati Uniti stanno trattando. Il figlio dello Scià, Reza Pahlavi, ha chiesto di bombardare. Cosa sperano gli iraniani?
"Non ci sono posizioni unanimi su questo. Io temo che le bombe farebbero il gioco del regime, allungandone la sopravvivenza".
La dittatura crollerà? Anche se si aggrappa alla religione per resistere?
"Questo regime è marcio ed è spacciato. Dio non è che un alibi, un pretesto per mantenere il potere e servirsene ad uso e consumo degli esponenti della tirannia e dei suoi amici. Gli ayatollah se ne fregano di Dio e degli iraniani. Il loro è un sistema nepotistico, corrotto, nel quale la manna che arriva dal petrolio viene confiscata e usata per i propri interessi dalle Guardie della Rivoluzione e dalle numerosi fondazioni collegate alla Guida Suprema, Ali Khamenei".
Che
messaggio lancerebbe secondo lei in questo momento Narges Mohammadi?"Quello che ci ha sempre ripetuto in questi anni di battaglie. È una lotta corpo a corpo quella contro il regime. Ma vinceremo, alla fine vinceremo".