Il libro non ha dediche, peccato, sarebbe stato bello intitolarlo a chi dice che abbiamo "il Csm più severo d'Europa" o altre fandonie da far desiderare che dio esista, e l'inferno pure. Senza giustizia di Stefano Zurlo (Baldini+Castoldi) parla di 5933 ingiuste detenzioni indennizzate tra inizio 2017 e fine 2024, ma parla anche della sola e unica (sola e unica) condanna civile di un magistrato dal 1992. Il resto è spesa pubblica e vite annientate. Anzi no, il resto sono circa trentamila casi di ingiustizia in tre decenni, mille l'anno, tre al giorno. E (domanda) il conto disciplinare presentato dal Csm, quello più severo d'Europa? Risposta: sulle vicende finite a indennizzo le azioni avviate sono state queste: 44 volte non doversi procedere, 28 volte assoluzioni, 8 censure, 1 trasferimento e 8 procedimenti in corso. Fanno nove condanne su quasi seimila, ma a quanto, e per che cosa? Le risposte girano attorno alla Sezione disciplinare. Seguono esempi senza nomi, perché spesso i nomi dei magistrati non si possono fare, come i bambini e le stuprate. Un detenuto resta 43 giorni in galera oltre il termine (se lo dimenticano, in pratica) e cioè dal 10 maggio al 22 giugno 2021: la disciplinare assolve per "scarsa rilevanza".
Oppure, in tema di intercettazioni abusive o meglio "occasionali": ne hanno fatte 446 ai danni dell'ex senatore Pd Stefano Esposito, colpevole di essersi messo contro i No Tav nell'ambiente mefitico di Torino: dopo un intervento della Consulta e la distruzione delle intercettazioni, la terribile sanzione: passaggio al tribunale civile per Gianfranco Colace e censura per la gip Lucia Minutella.
Poi si passa al copia e incolla tra ordini d'arresto e conferme del giudice: anche se sono cloni (il primo copiato dal secondo) basta un piccolo diniego scritto a margine perché diventi una "autonoma valutazione" del giudice.
Ora passiamo alle condotte dei magistrati e paragoniamole e chiediamoci come sarebbe andata a finire per una persona normale. Un giovane togato una notte ha un incidente stradale, ma esibisce il tesserino e rifiuta di subire l'etilometro: condanna disciplinare con terribile sanzione di ammonimento. Un pubblico ministero si fa coinvolgere in una rissa da saloon che lo vedrà colpevole di violenza privata e minaccia, ed ecco la condanna della Disciplinare: complice un "appannamento dell'immagine dell'ufficio", è trasferito con cambio di funzioni. Sarà sopravvissuto? Un altro magistrato manda messaggi e messaggini a donne che ha conosciuto in tribunale, le quali hanno timore di reagire per non scontrarsi con lui e la sua carica: la Disciplinare qualifica il tutto con una "censura" e un trasferimento ad altra sede e ad altre funzioni.
Poi c'è un giudice a cui i carabinieri fanno segnalazioni circa un marito pericoloso per sua moglie, la Procura chiede un aggravio delle accuse contro di lui, il giudice però concede un patteggiamento al ribasso e una condizionale che lasciano libero il marito: il quale, un mese dopo, ammazza la moglie; la Disciplinare non interviene, perché il giudice dice che lascerà l'Ordine giudiziario. Poi. Un pm maltratta la moglie per vent'anni, soprusi e violenze testimoniati da familiari e colleghi: nessuna condanna penale, deve solo cambiare lavoro. Un altro magistrato, in strada, insulta e minaccia il corpo dei vigili urbani e una vicecomandante, il togato ha già due condanne disciplinari con ammonimento e censura: sospensione per due anni dalle funzioni e trasferimento ad altro tribunale, e dopo due anni rieccolo in ufficio.
Dobbiamo citare un caso, almeno uno, di carcere ingiusto, anche se questo Giornale li racconta da quasi quarant'anni: Antonio Palladino, arrestato il 30 settembre 1982 e in galera per 1147 giorni sino al tardo novembre 1985; poi viene condannato in primo e in secondo grado, ma nel 1987 la Cassazione annulla e il fascicolo scompare per 13 anni. Tredici. Il 10 giugno 2002 ecco l'assoluzione: non c'erano prove, solo indizi modesti, ma l'assoluzione viene spedita al legale sbagliato. Quasi vent'anni dopo, nel 2020, Palladino scopre per caso che il procedimento è ancora aperto. Quattro anni dopo arriva l'assoluzione totale perché il fatto non sussiste, chiusura depositata circa un mese e mezzo fa. Però lo Stato (noi) l'ha indennizzato con 270.485,54 euro, questo dopo 43 anni. Quarantatré.
Finiamo in bruttezza con la storiella di un alto magistrato della Cassazione che siede proprio nell'ufficio delle azioni disciplinari mentre si accumulano denunce contro di lui. Marzo 2020: sua moglie chiama la polizia e racconta di una lite con lui legata a una relazione extraconiugale, dice di un pugno in faccia ricevuto, si rileva un ematoma con rigonfiamento; poi, però, lei ritira tipicamente la querela e il procedimento si spegne. E c'è un cortocircuito, perché la Procura chiede l'assoluzione, ma la Sezione disciplinare prosegue in virtù dei riscontri oggettivi che ha, e arriva una condanna: perdita di anzianità di sei mesi. Lui ricorre e la pena è ridotta a due mesi di perdita di anzianità, resta in ufficio.
Nel 2023 marito e moglie si separano, ma nel 2024 ecco un'altra denuncia di lei per dei maltrattamenti di lui: la Procura chiede l'archiviazione, lei si oppone, intanto compare pure l'amante che racconta di violenze subite da lui nel luglio 2024. Come è andata a finire? Non è andata a finire. Però c'è un referendum.