"Tristi e arrabbiati Basta razzismo". Jordan e Hamilton le star all'attacco

Schierati il campione Nba e il re della F1. E Thuram s'inginocchia dopo il gol

"Tristi e arrabbiati Basta razzismo". Jordan e Hamilton le star all'attacco

Schiaccia, Michael Jordan. Schiaccia in testa ai suprematisti, a Donald Trump, a un'America che periodicamente si riscopre dilaniata e divisa. Quello che Espn nel 1999 ha definito il più grande atleta nordamericano del XX secolo ha twittato la sua rabbia per il caso Floyd. «Mi sento molto rattristato - scrive l'ex cestista, stella indimenticabile dei Chicago Bulls - ma anche decisamente arrabbiato. Vedo e provo il dolore, l'indignazione e la frustrazione di tutti. Sono dalla parte di coloro che stanno protestando contro il razzismo insensato che c'è nel nostro Paese nei confronti della gente di colore. Ma ora ne abbiamo abbastanza. Io non ho le risposte, ma le nostre voci unite hanno una forza che nessuno può dividere».

La voce di Jordan urla forte. Lui è un'icona del popolo nero, ma anche un idolo per tutta l'America, che per cinque domeniche si è divorata le puntate di The Last Dance, la docuserie di Espn (in Italia è sul catalogo Netflix) che racconta la stagione 1997-98 del più grande giocatore di basket della storia e dei suoi non trascurabili compagni nella stagione che dette il sesto titolo Nba alla squadra dei sogni, i Chicago Bulls di Jordan ma anche di Scottie Pippen, Dennis Rodman e dell'allenatore Phil Jackson. Quindi quello che dice rimbomba forte nell'anima e nella testa di un Paese che lo adora al di là del colore della pelle. «Dobbiamo ascoltarci l'un l'altro, mostrare compassione ed empatia e mai voltare le spalle alla brutalità insensata».

Ma il mitico 23 dei Chicago Bulls non è il solo atleta che si schiera nella squadra di Floyd. C'è l'attaccante del Borussia Moenchengladbach Marcus Thuram, figlio dell'indimenticato difensore Liliam, che militò a lungo nella Juventus, che domenica scorsa dopo aver realizzato il gol del 2-0 all'Union Berlin si è inginocchiato solennemente nel gesto di Colin Kaepernick, il quarterback che nel 2016 così protestò in campo contro il razzismo. Il bianco Carson Wentz, quarterback dei Philadelphia Eagles, che qualche giorno fa ha scritto su Twitter: «Non capisco la società in cui viviamo, che non dà valore alla vita umana. Le mie preghiere vanno a ogni uomo, donna o bambino che deve sopportare gli effetti del razzismo». LeBron James, altra icona nera ma del basket, qualche giorno fa si chiedeva su Twitter «perché l'America non ci ama?», riferendosi alla comunità nera. E nel baseball si è levata la voce di Marcus Stroman, pitcher dei Mets e afroamericano, che così ha twittato: «Se scegli di chiudere un occhio su questo tu sei una parte del problema che continua a distruggere questa nazione».

E poi c'è Lewis Hamilton, inglese, sei volte campione mondiale di F1, e unico pilota di colore del circuito, che tira in ballo l'ignavia del suo mondo: «Vi vedo rimanere in silenzio. Siete alcune delle più grandi star eppure restate in silenzio davanti all'ingiustizia. Nemmeno un segno da parte del mio mondo che, ovviamente, è uno sport dominato dai bianchi. Ma sappiate che so chi siete e vi vedo. Il modo in cui vengono trattate le minoranze deve cambiare: non siamo nati con i cuori pieni di razzismo e odio, ci sono stati trasmessi da quelli a cui guardiamo con ammirazione». Chiamato in causa il ferrarista Charles Leclerc, restio a intervenire su questi temi, ammette di faticare a trovare le parole «per descrivere l'atrocità di alcuni video che ho visto. Il razzismo va combattuto con le azioni, non col silenzio». E anche Daniel Ricciardo si schiera, definendo la morte di Floyd «una disgrazia». Veloci, nel prendere posizione.

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