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Umberto e Silvio, i guastafeste che hanno fermato la sinistra

Bossi e Berlusconi nel '94 hanno fatto sbandare la "gioiosa macchina da guerra". I padri della Seconda Repubblica

Umberto e Silvio, i guastafeste che hanno fermato la sinistra
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Sono stati il binomio imperfetto della seconda Repubblica. I guastafeste - assieme a Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini - che hanno fatto sbandare la gioiosa macchina da guerra guidata dall'ex comunista Achille Occhetto. Silvio Berlusconi e Umberto Bossi ne hanno parlato fino al loro ultimissimo incontro, della vittoria del 1994. "Umberto, ma cosa abbiamo combinato trent'anni fa?". E il Senatur - nella difficoltà della malattia - accennava un sorriso e mostrava il pugno all'inquilino di Arcore. Siglavano accordi, poi litigavano, e poi ancora scherzavano.

Un rapporto che si consolida tra la fine del '93 e l'inizio del '94 quando il Cavaliere ha la folle idea di mettere insieme gli ex missini e i democristiani con i padani di rito bossiano che avevano fatto della protesta la cifra della loro azione politica. In quel momento nasce il centrodestra vincente, che sbanca al botteghino elettorale.

Tutto accade in pochi giorni. In quelle riunioni a villa San Martino, dove da una parte Berlusconi impone il gioco, i suoi riti, la sua comunicazione. E dall'altra Bossi prova a tenere la barra dritta del nordismo e del "celodurismo". Sono gli istanti in cui l'Italia si mette alle spalle il fotogramma della Prima Repubblica: i partiti tradizionali - Democrazia Cristiana e Socialisti - sono stati travolti da Tangentopoli. E il centrodestra del binomio imperfetto Bossi-Berlusconi rappresenta il nuovismo, l'archiviazione di una stagione che è durata dal dopoguerra al '92. Bossi non farà parte dell'esecutivo, si accomoda in tribuna, lascia il passo a Roberto Maroni.

Il segretario della Lega si serve di una vecchia regola della politica secondo cui chi guida il partito deve stare a bordo campo, non in prima linea. Da quella postazione Bossi detta il gioco, incalza il governo e mette in difficoltà un Berlusconi che non era ancora aduso ai giochi di palazzo. Ed è forse la ragione per cui quell'esecutivo durò pochissimo. L'avviso di garanzia ai danni del Cavaliere, nel corso di un vertice internazionale a Napoli, accelera la fine del primo governo di centrodestra. Ma lo stato di tensione tra la Lega e Berlusconi ha già superato i decibel consentiti e Bossi assieme alle sue truppe esce dall'esecutivo sbattendo la porta. Un tradimento che allontana le parti e che è figlio del famoso patto delle sardine con cui il 22 dicembre del 1994 Bossi, Massimo D'Alema e Rocco Buttiglione si accordano per far inciampare il primo governo Berlusconi.

La Lega in un amen diviene la costola della sinistra, per usare un'espressione di Massimo D'Alema, e Berlusconi non si capacita di questo tradimento arriva a dire del segretario della Lega: "Pataccaro", "uomo dalla mentalità dissociata", "sfasciacarrozze", "ladro di voti". Dall'altra Bossi si lascia sfuggire, su Berlusconi, epiteti offensivi che vanno da "Wanna Marchi" a "peggio di Pinochet".

La separazione tra i due sembra essere definitiva. L'effetto di questa rottura consegnerà l'Italia a Romano Prodi e al centrosinistra nel '96.

La ricomposizione avverrà qualche anno più tardi. La traversata nel deserto fu lunga e complicata. Eppure quel binomio era sì imperfetto ma rispondeva al tessuto produttivo del Nord, al Pil del Paese. Una pace agevolata dalla mediazione tenace di Giulio Tremonti, resa possibile dall'incredibile propensione del Cavaliere a farsi scivolare addosso ogni cosa, anche l'insulto più feroce, soprattutto se funzionale al raggiungimento di obiettivo politici.

Bossi e Berlusconi siglano prima un accordo alle Regionali del 2000 e poi strapazzano il centrosinistra alle Politiche del maggio del 2001.

Da quel momento non si separeranno più. Non mancheranno gli screzi e le tensioni. Le impuntature dell'Umberto sulla devoluzione o gli irrigidimenti di Berlusconi. "Ma - come ha continuato a ripetere Bossi - io e Silvio troviamo sempre una quadra".

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