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Un'altra picconata che colpisce la globalizzazione non solo economica

Resta aperta la domanda più difficile: la globalizzazione è finita, si sta semplicemente contraendo o sta mutando forma?

Un'altra picconata che colpisce la globalizzazione non solo economica
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La globalizzazione non poteva crollare in un giorno solo. È stata smontata pezzo per pezzo, con una logica che somiglia più a un'erosione graduale. La pandemia da Covid ha inflitto la prima ferita: quando il mondo si è fermato, si è scoperto che quasi nessun Paese occidentale produceva più nulla di essenziale in casa propria. Le mascherine venivano dalla Cina, i microchip da Taiwan, i farmaci dall'India. La connessione globale, che sembrava una risorsa, si è rivelata una dipendenza. La seconda ferita è geopolitica, e si è consumata in questi anni su più fronti quasi simultanei. La guerra in Ucraina ha rimesso i confini al centro della politica europea dopo trent'anni di sonnambulismo post-storico. Il 7 ottobre e l'invasione di Gaza hanno spaccato le opinioni pubbliche occidentali e ridisegnato le alleanze mediorientali. L'attacco contro l'Iran ha trasformato lo stretto di Hormuz in un collo di bottiglia strategico: chi controlla il greggio controlla i margini di manovra di mezzo mondo industrializzato. Non si tratta di una catena causale lineare, sono crisi convergenti che si alimentano a vicenda, ma hanno tutte un effetto comune: la riscoperta del confine come categoria politica reale, non metaforica. Il mondo globalizzato era fondato su un postulato implicito: che la connessione fosse sempre un vantaggio e che i mercati, lasciati liberi di muoversi, avrebbero distribuito benessere in modo sufficientemente equo da rendere la guerra irrazionale. "Dove passano le merci, non passano i carri armati" era il mantra degli economisti, interrotto dal ritorno dei dazi. Il postulato ha mostrato le sue crepe. La delocalizzazione ha impoverito le classi lavoratrici occidentali senza che nessuna politica di welfare compensasse davvero il danno. La connessione tecnologica ha moltiplicato i rischi per la sicurezza e offerto strumenti inediti di sorveglianza e propaganda. Gli inciampi della finanza creativa hanno mandato sul lastrico banche e correntisti. Il basso costo dell'energia, presupposto invisibile dell'intera architettura globale, non è più garantito, e senza di esso l'equazione non torna.

Resta aperta la domanda più difficile: la globalizzazione è finita, si sta semplicemente contraendo o sta mutando forma? Forse non assisteremo a un ritiro ma a una riconfigurazione: blocchi regionali, supply chain accorciate, alleanze pragmatiche e variabili. Un mondo non meno interdipendente, ma interdipendente in modo più conflittuale. Il che, a pensarci bene, è già abbastanza preoccupante.

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