Pronti a tornare all'attacco dell'Iran la prossima settimana. La pazienza di Stati Uniti e Israele starebbe per finire e i due Paesi stanno valutando se colpire di nuovo militarmente la Repubblica islamica. Archiviata senza una svolta la visita di Donald Trump in Cina, il presidente americano deve decidere se proseguire lungo la strada del negoziato - che fin qui non ha portato ad alcun esito determinante - oppure tornare a far sentire la pressione dei bombardamenti sul regime degli ayatollah. Secondo fonti interne, il tycoon sarebbe sempre più impaziente e, pur preferendo la strada della diplomazia, sempre più orientato a dare un segnale forte, irritato dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, dagli scarsi passi avanti sul dossier nucleare e dall'impennata dei prezzi di petrolio e gas. Da qui l'ipotesi di tornare a un approccio più aggressivo. Riaprire lo Stretto di Hormuz e impedire che l'Iran si doti di un'arma nucleare sono gli obiettivi principali dell'amministrazione americana. Per realizzarli, Trump potrebbe ribattezzare con un nuovo nome la campagna militare, dall'attuale Epic Fury a Operazione Sledgehammer, un modo tra l'altro per far ripartire il conto alla rovescia di 60 giorni oltre i quali è necessaria l'autorizzazione specifica del Congresso.
Tra le opzioni al vaglio degli americani figurano attacchi più aggressivi contro obiettivi militari e infrastrutture e una missione ad alto rischio delle forze speciali per estrarre l'uranio altamente arricchito sepolto nei tunnel iraniani. Le truppe potrebbero anche essere impiegate per conquistare l'isola di Kharg, snodo cruciale per l'export di petrolio iraniano. Tutto ciò mentre funzionari statunitensi sospettano che hacker iraniani siano responsabili di una serie di violazioni dei sistemi che monitorano la quantità di carburante nei serbatoi di stoccaggio che riforniscono le stazioni di servizio in diversi Stati Usa.
È su Hormuz, e dunque sul libero commercio soprattutto in campo energetico, che l'Iran continua a giocare la sua partita cruciale contro gli Usa. Mentre il ministro degli Interni del Pakistan, che media nei negoziati, arrivava ieri a Teheran e si diffondevano notizie di progressi nelle trattative, la tv di regime annunciava che diversi Paesi europei starebbero tenendo colloqui con il regime per "consentire il transito alle proprie imbarcazioni", "dopo che navi provenienti da Cina, Giappone e Pakistan hanno attraversato in sicurezza Hormuz con il permesso della Marina iraniana". Per il presidente della Commissione Sicurezza Nazionale del Parlamento, Ebrahim Azizi, l'Iran ha anche predisposto un piano, che prevede il pagamento di pedaggi, per gestire lo Stretto. Dell'accordo beneficerebbero "gli attori internazionali che hanno collaborato con la Repubblica Islamica" e saranno esclusi gli operatori che hanno preso parte al "Project Freedom" sullo Stretto lanciato da Trump.
Il piano di Teheran mira ad allontanare le cancellerie europee dall'amministrazione americana. In quest'ottica, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha scritto a Papa Leone XIV una lettera in cui ha esortato le nazioni a contrastare le richieste illegali degli Stati Uniti, accusati di crimini di guerra.
Citando passi di Bibbia e Corano, Pezeshkian ha elogiato le "posizioni morali, logiche e giuste" del Pontefice sulla guerra e affermato che l'intenzione di Trump è "distruggere la civiltà storica dell'Iran", rivelando "un'illusione di potere assoluto".