Il viaggio di Pompeo e la dottrina Trump. Caccia alla pace con i Paesi musulmani

Dagli Usa un messaggio chiaro: no al terrorismo, attenti al pericolo Iran e sì al dialogo costruttivo con alcune nazioni in Medio Oriente

Dieci giorni di corsa, il titolo del viaggio «antiterrorismo e libertà religiosa»: e lui lo intende davvero così. È così facile, logico, ragionevole, ha ripetuto tranquillo Mike Pompeo, fino a giovedì in Israele bombardato di domande dai giornalisti, sospettato di essere un colonialista, un imperialista, insomma, l'emissario di Trump. In realtà è un uomo con una missione, il suo largo viso energico è paesano, da abruzzese di Pacentro come i suoi nonni. Indossa un tocco di orgoglio militare, da capitano a West Point, e di astuzia, da laureato a Harvard.

A pochi giorni dalla scadenza del suo mandato, Pompeo ne ha speso dieci in un giro che ha compreso la Francia, la Turchia, la Georgia, Israele, gli Emirati Arabi Uniti, e il Qatar. Pompeo ha voluto disegnare un tracciato, una dottrina: ai nemici di Trump la sua politica estera è apparsa destrutturante e provocatoria, e invece con questo viaggio, l'obiettivo è di radicarsi nel futuro degli Stati Uniti, e da subito, nella politica di Biden. Così i continui richiami alla pericolosità dell'Iran. Così l'ormai condivisa sospettosità verso la Cina. Pompeo ha incontrato Macron per dimostrargli la disponibilità a combattere al suo fianco il terrorismo, l'Isis e le incursioni iraniane. L'eliminazione di Qasem Soleimani l'ha visto in prima fila, in Turchia non ha incontrato Erdogan, ma il patriarca ortodosso; intanto inaugurava un nuovo rapporto militare con la Grecia, stabilendo da che parte stanno gli Usa nel Mediterraneo orientale; poi a Tbilisi ricordava che la Russia ha sempre di fronte un contendente mondiale del peso degli Usa; ed ecco il Medio Oriente, dove Pompeo con Trump ha portato un'innovazione formidabile: la pace con alcuni Paesi islamici dell'area, il segnale che anche l'islam può accogliere altre religioni accanto a sé, persino a Gerusalemme. I Paesi arabi vogliono questa pace, Pompeo l'ha ribadito, senza fingere di credere che Israele sia un aggressore. Bevendo un po' di vino di Psagot, nella zona di Benjamina, dove appunto una delle dodici tribù, quella di Binjamin, già risiedeva più di duemila anni fa, Pompeo ha ribadito quello che tutti sanno: l'accordo di Oslo ha diviso i territori del '67 in tre zone, la zona C è stata affidata a Israele, Rabin e Arafat hanno firmato quell'accordo, il vino di quell'area è israeliano, togliete le etichette del Bds, che sono semplicemente antisemite. Censurato dai media di tutto il mondo, ha ribadito invece che i prodotti delle altre aree, A e B, una palestinese, l'altra in comune gestione, devono avere le etichette della loro zona: «West Bank». Un sorso di realtà che cancelli la pretesa dei palestinesi di essere padroni di una zona occupata dalla Giordania. Ma Pompeo ha ribadito che l'incantesimo è rotto e in quelle ore i palestinesi accettavano di riprendere i rapporti di sicurezza con Israele.

Intanto a Gerusalemme, una calorosa delegazione degli Emirati visitava, progettava, si accordava, mentre gli imam e i fedeli di quel Paese rispondevano alla fatwa palestinese che proibisce loro di pregare ad Al Aqsa, dicendo che non sono loro i padroni dell'islam; il ministro degli Esteri del Bahrain, anche lui a Gerusalemme, prendeva accordi per l'apertura in Israele dell'ambasciata del suo Paese.

Chissà che alla fine del suo giro Pompeo non annunci la pace con altri paesi musulmani, per quanto possa rientrare nella musichetta nota l'anatema contro Trump che confonde il mondo. La pace politica e religiosa è parte della dottrina Trump. Lo ricorderemo, e anche Biden non potrà dimenticarlo, se ama la pace.

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