Ci sono uomini che pensano solo a vincere. Poi, ci sono uomini che cambiano il modo di guardare alle vittorie. Alex è stato entrambi. Per metà della sua breve vita ha cercato di assaporare l'ebbrezza del trionfo, per metà di insegnare che cosa significhi non il vincere ma l'arrivare. Lo sport non è un luogo gentile. È competizione, è urto. È voler essere più veloci, più forti, migliori di qualcuno. È battere l'altro. A volte persino schiacciarlo. Non è una chiesa, lo sport. E non è un altare. Eppure, dentro questo spazio così lontano dalla santità, Zanardi è uno sportivo che si è avvicinato a questo stato. Non per quello che aveva vinto ma per come è restato nel perimetro di tutto ciò che aveva perso. Il centro per lui non è mai stato l'incidente del 2001, bensì il dopo. Aveva due strade davanti quando si è risvegliato: rimpiangere o riscrivere. Ha imboccato la seconda. Nella sua idea di vita non ci sono eroismo né retorica, c'è invece una convinzione semplice: sentirsi vincente non è battere gli altri, è aver dato tutto quello che si aveva. Non di più. Non di meno. È questo l'arrivare. Misterioso e affascinante il modo in cui, quando sono scomparsi gli altri come avversari, sono apparsi gli altri come giovani e meno giovani a cui insegnare ad affrontare questa vita meravigliosa e bastarda. Lo sport non più solo competizione ma unità di misura della persona. Zanardi non ha mai chiesto di essere ammirato. Non ha recitato la parte di chi ce l'ha fatta nonostante drammi e avversità. Ha sempre detto una cosa più scomoda: grazie! Anche al dolore. Alle ferite. Perché costringono a guardarsi per davvero. È per questo che oggi, mentre lo sport continua a correre, a lottare, a simulare, a esagerare, a dimenticare, lui resta. Non il campione da celebrare, ma una direzione da seguire. Non è un santo, Alex. Lo sport non ne produce.
Se però esiste qualcosa che gli si avvicina, è un uomo che non bara con se stesso e non cerca scorciatoie; che non si ferma quando la strada si fa dura perché sa che il traguardo più importante è dentro di sé, non davanti agli altri.