L'inchiesta del Giornale sulla "zona grigia" di Torino, la mattina del 20 aprile in cui è stata pubblicata, ha avuto come primo effetto una telefonata mattutina del Procuratore Capo Giovanni Bombardieri (di più non sappiamo) al giornalista da noi indicato come obiettivo primario dell'irruzione di Askatasuna nella redazione della Stampa il 28 novembre scorso: irruzione che in pratica fu una ritorsione degli antagonisti per un articolo che il collega aveva scritto sulla Stampa del 12 ottobre precedente, e in cui, semplicemente, aveva fatto i nomi di tre antagonisti arrestati per violenze; così facendo era evaso da quella zona grigia che a Torino, come disse il procuratore generale Lucia Musti, vede convivere i disordini di piazza con una "benevola tolleranza" e una tendenza alla "normalizzazione" a opera di una "upper class di matrice colta e borghese" e del suo "scrivere", verbo che richiamava il giornalismo locale. Dal 20 aprile, comunque, al quotidiano La Stampa, c'è stata una sorta di caccia alla talpa (la fonte del Giornale) che non ha migliorato il clima, e che ha avuto risvolti anche grotteschi, tipo richieste telefoniche affinché rivelassimo la nostra fonte. Tanto dovevamo, passiamo oltre.
Una prima novità è che non La Stampa, bensì il Corriere online, in un articolo non firmato per cautela, ieri ha citato "la pubblicazione su alcuni organi di stampa di vecchie intercettazioni" (del 2022) e con questa gradita scusa le ha ripubblicate: in una si parla del presunto finanziamento del governo venezuelano al Movimento di Beppe Grillo nel 2010 ("Se Maduro ce li dava a noi sti tre milioni di euro", dice un antagonista, "invece di darli a sti tre bolliti dei Cinque Stelle") e in un'altra dell'allontanamento da Askatasuna di "un nero che rompe i coglioni" e annessa famiglia ("che cazzo ce li teniamo a fare, non siamo la Caritas") e altra roba che, in effetti, risulta già pubblicata "su alcuni organi di stampa" ma che il Corriere ha ripreso. Buon segno, anche i giornaloni torinesi seguitano a descrivere gli antagonisti come dei missionari di quartiere: proprio sul Corriere della Sera del 25 aprile svettava un articolo titolato "Corteo di Askatasuna, i bimbi depongono fiori sulle targhe dei partigiani" e la conclusione era la seguente: "Le bandiere della Palestina e dell'Autonomia sventolano sul furgone Nella memoria l'esempio, nella lotta la pratica. Vanchiglia partigiana, que viva Askatasuna". Questo online: poi, il giorno dopo, anche sul cartaceo. Era cronaca, non serve impalcarsi o dare pagelline: anche perché gli aspetti più interessanti del giornalismo torinese sono altri. Il Giornale, per esempio, ha notato che a margine della sentenza del 31 marzo 2025 contro Askatasuna/No Tav (ora appellata dalla Procura) nessun giornale, ripetiamo, nessuno, e nessuna televisione o agenzia di stampa né altri (neanche noi) hanno mai pubblicato i reati per cui 18 antagonisti furono condannati: tutti riportarono solo le pene (perlopiù pochi mesi a testa) e il titolo medio è stato "Cade l'associazione per delinquere". Persino l'Ansa, che probabilmente tracciò il solco, fece lo stesso: scrisse "18 condanne", registrò la caduta dell'associazione per delinquere e poi genericamente le pene "per singoli episodi". Quali? "Proteste in Val di Susa", scrissero mediamente tutti. Il titolo della Stampa di Torino fu "Cade l'associazione a delinquere: 18 condanne e 10 assoluzioni per reati minori", questo dopo aver fatto una diretta online della sentenza: nel blocco delle 16.07 aveva scritto "Gli imputati, le condanne e le assoluzioni" e a seguire i condannati con le pene, ma senza i capi di reato; tra l'altro i condannati complessivi furono 18, loro ne pubblicarono solo 16. Per sopperire, dunque, li pubblichiamo noi in un riquadro di questa stessa pagina, in attesa della sentenza d'Appello che pone i condannati, beninteso, come innocenti sinché non saranno in giudicato. Detto questo, resta difficile anche solo da immaginare un qualsiasi politico, anche di periferia, che fosse condannato in primo grado senza che i giornali spieghino per quale reato lo fosse stato.
Ma c'è altro che i giornaloni e soprattutto La Stampa non hanno mai pubblicato, diversamente dal Giornale del 18 aprile e soprattutto da Torino CronacaQui (testata locale, articoli di Sara Sonnessa) ossia le intercettazioni secondo le quali Askatasuna, durante il lockdown per il Covid, pubblicizzava la raccolta di generi alimentari per le famiglie in difficoltà (rione Vanchiglia) e però risulta che buona parte della merce se la mangiassero loro, gli antagonisti. Ci sono nuove intercettazioni: "Cecca diceva agli altri di non fare la spesa, tanto c'era la roba della spesa solidale". Cecca sarebbe tal Francesca Lucchetto. Mentre Mattia Marzuoli, un vicecapo, parla di "gesto da parassiti" forse in un rigurgito di coscienza. Altre intercettazioni parlano del tentativo di agganciare nuovi movimenti perché Askatasuna "non ha più giovani", dicono due ragazze. Interessava Fridays for Future, mentre altre sigle come "Non una di meno" e "Black Lives Matter" vengono liquidate come "robe capitaliste fino al midollo". A Greta, dice Stefano, "se non ne sa niente, basta una battuta dove dice che è contro la Tav". Negli atti dell'Appello c'è poi un passaggio dove Andrea Bonadonna, si legge, avrebbe tentato di far arrivare un invito alla Thunberg tramite la fidanzata non vedente (di Bonadonna) per "portare l'attenzione mediatica alla causa No Tav". La militante Sara Andrea Munari, invece, cui era stata dato un foglio di via, si poteva spacciarla per militante di Fridays for Future perché "se pensano che hanno colpito una dei Fridays, i giovani in giro per l'Italia si muovono". Era il 2019 e le cose poi hanno girato diversamente: nella galassia eversiva di recente si è parlato di "professionisti del disordine" e dell'arruolamento di "maranza" pseudo anarchici, o, ancora, nel napoletano (Giornale di due giorni fa) di neo "baby Br" nostalgiche del terrorismo d'antan. Nel mondo antagonista torinese non sono mancati tuttavia contatti con quelle vere, di Brigate rosse. Nel 2007 la polizia confinò il 19enne Stefano Latino che era figlio di Claudio, arrestato in quello stesso anno e poi condannato per appartenenza alle Nuove Brigate Rosse. L'ex brigatista Maurizio Paolo Ferrari (che fondò le Br originali con Curcio e Cagol e Franceschini) una volta uscito, nel 2011, si intruppò tra i No Tav che fecero la guerriglia a Chiomonte. A fine settembre 2020, a un giudice di sorveglianza torinese, furono spediti due proiettili in busta, e vicino ad Askatasuna apparve un manifesto con la faccia di Alberto Cirio (presidente della regione) incollata sopra lo storico scatto di Aldo Moro prigioniero delle Br. Nessun giornale torinese, a parte Lo Spiffero (sito torinese di retroscena politici e di area laico-progressista) lo scorso 3 febbraio ha mostrato interesse per l'intervista al Foglio di Piero Fassino (sindaco Pd di Torino sino al 2016) che già nel titolo era esplicita: "A Torino violenza stile Br. Certa sinistra smetta di stare con i movimenti violenti"; nell'intervista Fassino diceva che le immagini del poliziotto "martellato" gli avevano richiamato gli anni di piombo, quando Brigate Rosse, Prima Linea e altri gruppi mossero "un'aggressione terroristica contro la città", e che le motivazioni di Askatasuna "non sono diverse da quelle di allora". Fassino diceva che parte della sinistra partiva dall'idea di "stare dentro a qualunque movimento" con l'illusione di dirigerlo.
Fassino si ricandidò nel 2016, ma fu battuto da Chiara Appendino dei 5Stelle, movimento maniacalmente attento anche alla ventata di nuove attenzioni riservate alle discriminazioni di genere, alle molestie e agli abusi sessuali contro le donne: che è proprio ciò che risulta sia accaduto nel mondo antagonista durante il mandato di Chiara Appendino, tra il 2019 e il 2021: questo, almeno, spiegano carte e intercettazioni del processo d'Appello che per qualche ragione La Stampa e altri hanno ritenuto di non pubblicare. Per esempio: il militante Angelo Cafaro è associato ad accuse di violenza sessuale ai danni di una giovanissima e a condotte violente verso la fidanzata; la militante Chiara Rossa, poi, racconta che Cafaro, in Askatasuna, avrebbe goduto di protezione perché era uno "che spacca", insomma era utile al movimento, anche se avrebbe "sbattuto la faccia della sua fidanzata sul tavolo". Un altro episodio riguarda Valerio Ferrando (detto Sid) accusato di molestie durante un campeggio No Tav: la militante Maria Edgarda Marcucci (detta Eddi) spinge per affrontare questi casi, ma i maschi di Askatasuna, nel caso Mattia Marzuoli (è tutta gente condannata in primo grado) liquida le sue fisime come "pippe mentali" e ne parla come una persona "malata".
Ma la reazione più brutale è di Umberto Raviola, un capo che in primo grado ha avuto la condanna più alta (4 anni e 9 mesi, libero) il quale, circa
le femministe e in particolare delle "compagne" Chiara Cerruti, Alice Scavone, Daniela Leonardi, dice: "Vanno fatte fuori, mandate via, sono delle sfigate di merda". Chissà se al corteo del 1°maggio ci saranno anche loro.