Vogliono creare il mito di Schiavone

Il sanguinario boss fu santificato in tv per le (vaghe) rivelazioni sui rifiuti tossici. Ora inventano il giallo sulla morte

Casal di Principe (Caserta)Dopo

il cutoliano Pasquale Barra, che raccontò i segreti della nuova camorra organizzata, Carmine Schiavone è stato il più importante pentito della camorra casalese. Cugino del capo dei capi, Francesco Schiavone, il sanguinario «Sandokan», (che ancora oggi, nonostante la detenzione che dura da 17 anni e mezzo, continua a dettare legge in terra casertana e non solo lì), don Carmine, per decenni è scampato al fuoco nemico. È stato ucciso da un infarto, mentre si trovava già ricoverato in ospedale a Viterbo, per via di un banale incidente domestico. Considerata la particolarità del deceduto, la procura viterbese ha ordinato l'autopsia sul corpo dell'ex boss e ordinato ai carabinieri di sequestrare la cartella clinica. Ma tra gli investigatori casertani in molti mugugnano. «È in corso la santificazione di questo criminale».

Sul web fioccano le ipotesi di un giallo dietro alla morte del pentito in realtà uscito già due anni fa dal programma di protezione, dopo avere monetizzato la sua collaborazione con lo Stato italiano. Gli investigatori casertani che lo hanno gestito per oltre 21 anni però lo escludono. Perché eliminarlo dopo oltre quattro lustri e dopo fiumi di dichiarazioni rese ai pm della Direzione distrettuale antimafia e non prima? Eppure la sua residenza da uomo libero era nota e non segreta. Aveva anche provato a riciclarsi come imprenditore, impiantando un'azienda agricola nel Viterbese, poi fallita. Evidentemente, la vita onesta proprio non era per lui. Fa notare ancora una «divisa» che l'uomo più importante della cosca casalese (dopo il cugino «Sandokan») è stato l'unico (proprio in virtù della sua parentela con il capo dei capi) a non avere subito dei lutti per la sua collaborazione con la giustizia. Un esempio per tutti: al fedelissimo di «Sandokan», Francesco Bidognetti, la cui compagna si pentì, fu ucciso un parente.

Schiavone fu il primo a sfondare il muro di omertà eretto a protezione della cosca di Casal di Principe. Raccontò agli esperti pm della Dda, Lucio Di Pietro e Federico Cafiero de Raho i segreti del clan, la struttura criminale, in grado di controllare e condizionare l'economia e la politica, non solo locale e l'inquinamento ambientale. Don Carmine nel clan era una sorta di capo del personale: era quello che preparava gli stipendi agli affiliati, ai familiari dei detenuti, trattava gli appalti e i rapporti con i «colletti bianchi».

Ma la sua morte ha generato anche qualche mugugno. Divenuta una star televisiva, (qualche maligno sostiene che le sue interviste fossero pagate con cifre a quattro zeri), la fine di questo sanguinario (indifferenza dai suoi ex concittadini: neppure un manifesto a lutto a Casal di Principe) è stata trattata con un'enfasi giudicata da molti addetti ai lavori, esagerata. «Il suo spessore criminale è stato inversamente proporzionale al livello del sue dichiarazioni», fa notare ancora una «divisa». Tante sue dichiarazioni sulla «terra dei fuochi» non hanno trovato riscontro. Soltanto un terreno inquinato, poi sequestrato a un parente.

Negli ultimi tempi aveva parlato di scorie nucleari sepolte nel territorio casertano. Ma le puntuali verifiche della Dda non trovarono riscontri all'allarmismo dell'ex boss.

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