La corsa contro il tempo di Donald Trump, la retorica infuocata con la quale ha minacciato di "cancellare un'intera civiltà", non è solo il sintomo della crescente impopolarità in patria del conflitto: il prezzo medio della benzina oscilla attualmente tra 4,14 dollari al gallone per la regular e oltre 5 dollari per la premium; il diesel ha superato i 5,6 dollari. Un mese fa i valori erano, rispettivamente, 3,25, 4,2 e 4,5 dollari al gallone. Una bomba inflazionistica che si ripercuoterà su decine di catene di approvvigionamento. Per il presidente c'è anche una scadenza costituzionale a segnare i tempi di quella che, non a caso, il tycoon ha iniziato a definire "operazione militare" invece che "guerra", ricalcando, probabilmente in maniera inconsapevole, il linguaggio usato da Vladimir Putin per definire l'invasione dell'Ucraina. L'ostacolo si chiama "War Powers Act", la legge varata nel 1973 con la guerra in Vietnam ancora in corso. Se la Costituzione conferisce al Congresso il potere di dichiarare guerra e di finanziare l'apparato militare, ma designa il presidente quale comandante in capo delle forze armate, la legge stabilisce che il presidente debba notificare al Congresso entro 48 ore dall'impiego di truppe statunitensi.
Ed è quanto finora è accaduto. Trascorso però un periodo di 60 giorni, le operazioni militari devono essere interrotte, a meno che il Congresso non abbia votato per dichiarare guerra o non abbia approvato una legge che autorizzi l'uso della forza. Il termine di 60 giorni può essere prorogato di ulteriori 30 giorni per garantire il ritiro in sicurezza delle truppe statunitensi. "A loro non piace la parola guerra, perché si suppone che si debba ottenere un'approvazione; userò quindi l'espressione operazione militare, che è in realtà ciò di cui si tratta", ha detto Trump nei giorni scorsi per motivare il cambio di lessico. I primi 60 giorni previsti dalla legge scadranno a fine aprile e, a giudicare da alcune dichiarazioni provenienti dal campo repubblicano (i Democratici si sono opposti fin dall'inizio al conflitto), non è affatto scontato che l'"operazione militare" lanciata al fianco di Israele ottenga il via libera del Congresso.
Una pattuglia di senatori repubblicani ha già sollevato il tema, richiamando la Casa Bianca al dettato della legge: dal senatore John Curtis dello Utah, a Mike Lawler di New York, a Thom Tillis del North Carolina, a Josh Hawley del Montana. Oltre al solito Rand Paul del Kentucky, da sempre contrario a qualsiasi intervento militare Usa, a Lisa Murkowski dell'Alaska, molto critica verso l'Amministrazione. Sono voci che esprimono un disagio più ampio che ha a che fare col rischio concreto di una batosta nel voto di midterm di novembre. Numeri alla mano, attualmente non solo è pressoché certo che i Repubblicani perderanno la Camera, ma ci sono buone probabilità che debbano cedere ai Democratici anche il Senato.
In questo contesto, voci influenti al di fuori del Congresso, non hanno più remore nel criticare la condotta del tycoon. Tucker Carlson, tra gli influencer più ascoltati nell'universo Maga, si è scagliato contro Trump per il post pieno di insulti della Domenica di Pasqua. ("Aprite quel caz... di Stretto, pazzi bastardi..."). "Non andiamo in guerra con altre teocrazie per scoprire quale teocrazia sia più efficace. Noi non siamo una teocrazia", ha detto l'ex anchorman di Fox. Marjorie Taylor Green, l'ex pasionaria trumpiana ed ex deputata, caduta in disgrazia col tycoon sulla vicenda Epstein, ha invocato la rimozione del presidente. "25º Emendamento!!! Non è caduta una sola bomba sull'America.
Non possiamo uccidere un'intera civiltà", ha scritto su X dopo le ultime minacce. Il 25º Emendamento della Costituzione prevede, su iniziativa del vicepresidente e dei membri del governo la rimozione del presidente per incapacità fisica o mentale. Un'ipotesi impossibile con gli attuali equilibri.