Il vuoto che aspetta un Paese orfano della sua guida

Per undici giorni il mondo ha salutato Elisabetta, che solo adesso, davvero non c'è più

Il vuoto che aspetta un Paese orfano della sua guida

È adesso che si scivola in un ritmo più lugubre. Adesso che davvero la Regina non c'è più. Il mondo l'ha salutata per undici giorni dopo la sua morte: undici giorni di coreografie inarrivabili, di simboli, di rituali tersi, come solo gli inglesi sanno mettere in scena. È finita davvero solo ieri.

È da ieri che siamo davvero tutti orfani di Elisabetta. Settant'anni di regno e due generazioni di sudditi britannici che sono nate, cresciute, vissute con Queen Elisabeth: questo tempo accanto a lei, è stato il loro. In novantasei anni ha trovato tanti modi per «diventare», quello di Regina è stato solo uno dei tanti. È stata figlia, moglie, madre, nonna, suocera... Senza mai restare ferma, che è una maniera sicura di sbagliarsi sempre. Ha saputo essere granitica per raddrizzare la patria in bilico, ed è stata capace di chinare la testa per impedire alla Corona di cadere.

È stata insospettabilmente morbida di perdoni, accomodante nei confronti di scelte che nessuno avrebbe pensato potesse comprendere. Lungimirante e modernissima quando essere modernissima rappresentava l'unica svolta percorribile. Impossibile pensare al Regno Unito disunito dalla sua Regina. E invece bisogna farlo da oggi, senza nemmeno immaginare come. Lilibet, ormai minutissima eppure monumentale. La morte di Elisabetta ci ha ricordato che nessuno è eterno e non avevamo voglia di ricordarcelo.

Nemmeno noi in Italia, che con la monarchia britannica, in fin dei conti, non c'entriamo nulla. Eppure «La Regina» era diventata di tutti, anche nostra. Quando il vuoto di potere lo lasciano certe donne, poi, lo spaesamento è peggiore. Un po' come accadde con Margaret Thatcher, o con Madre Teresa, o con l'uscita dal mondo della politica di Angela Merkel. Forse perché le donne, assieme al potere, esprimono sempre un senso di accudimento: diventano case, qualsiasi posto occupino. Il loro esserci è una luce accesa.

Negli ultimi anni Elisabetta ha attraversato una pandemia, la Brexit, la morte dell'adorato marito Filippo e di un imprecisato numero di dame di compagnia. Ha affrontato gli scandali dei figli (Carlo e i soldi dei bin Laden alla sua fondazione, Andrea coinvolto nel fattaccio del caso Jeffrey Epstein), ha dovuto accettare la fuga dalla famiglia, dalla Corona e dall'Inghilterra di Harry, il nipote preferito. E anche in quel caso è stata lei a conciliare, perdonare, richiamare. A pochi giorni dalla sua morte ha fatto in tempo a congedare il primo ministro uscente, Boris Johnson, e ad accogliere il nuovo, Liz Truss, convocandoli (per la prima volta nella storia) al castello di Balmoral. Il suo luogo d'elezione da sempre. Fu lì che si rifugiò con i nipoti quando morì Diana, lì che si isolò durante il Covid ed è lì che è morta, l'8 settembre scorso. Novantasei anni senza mai raggiungere l'età dell'impossibile. Senza mai una gaffes, una deviazione dal protocollo, una mossa sbagliata sullo scacchiere del mondo. Discretissima e onnipresente. Isolata e al centro. La Regina e il suo rumore azzurro. Con quei sorrisi perfetti che non potevano definirsi di circostanza, ma nemmeno di entusiasmo. È stata al suo posto senza una sbavatura per settant'anni. Normale che ora non ci si capaciti di non trovarla più lì.

Normale che si abbia anche noi la sensazione di essere altrove. Perché senza Elisabetta, siamo tutti in un altro posto. In un mondo diverso da quello in cui c'era lei, con aurei speroni, a guidare l'Inghilterra. La Regina non c'è più.

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