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Washington-Teheran, progressi e minacce. E il regime torna a sparare sulla folla

Continuano i colloqui: i pasdaran lanciano missili a Hormuz e gli Usa inviano 50 jet

Washington-Teheran, progressi e minacce. E il regime torna a sparare sulla folla
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L'ottimismo nei negoziati cresce di pari passo con l'escalation militare. I colloqui avanzano fra le minacce reciproche. "Un passo avanti e due indietro" è la sintesi di Israel HaYom, quotidiano israeliano. L'unica certezza, al termine del secondo round di negoziati sul nucleare fra Teheran e Washington, è che le piazze in Iran tornano a riempirsi, a fremere e a insanguinarsi pur di continuare a opporsi al regime, che continua a sparare su chi protesta. Ad Abdanan, al confine con l'Irak, ancora ieri le forze governative hanno aperto il fuoco e disperso la folla riunita per commemorare i manifestanti uccisi nella mattanza di inizio gennaio, a 40 giorni dalla morte come nella tradizione persiana.

Eppure funzionari americani hanno confermato i "progressi" annunciati dal ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e dal Paese mediatore, l'Oman, nella trattativa diplomatica indiretta fra Iran e Stati Uniti che ha eletto Ginevra, in Svizzera, teatro del confronto con gli inviati della Casa Bianca, Steve Witkoff e Jared Kushner. "Siamo riusciti a giungere a un ampio accordo su un insieme di principi direttivi, sulla base dei quali andremo avanti e inizieremo a lavorare sul testo di un accordo potenziale", ha spiegato l'iraniano Araghchi alla tv di regime, dopo aver avvertito che "la revoca completa delle sanzioni è parte integrante di qualsiasi processo diplomatico". "Insieme abbiamo compiuto seri sforzi per definire una serie di principi guida per un'intesa finale", ha confermato il ministro degli Esteri dell'Oman, Badr Al-Bbusaidi. Secondo fonti del Wall Street Journal l'Iran potrebbe interrompere l'arricchimento dell'uranio e trasferire parte delle sue scorte alla Russia. L'esito della trattativa, però, è tutt'altro che prevedibile. "Si sono registrati progressi, ma ci sono ancora molti dettagli da discutere", ha ammesso una fonte Usa ad Axios. "Gli iraniani hanno detto che sarebbero tornati nelle prossime due settimane con proposte dettagliate per colmare alcune distanze", ha aggiunto.

Data e sede del terzo round di negoziati non sono state fissate, ma le trattative proseguono insieme alle minacce e all'esibizione di forza militare di Iran e Stati Uniti. Mentre i colloqui stavano per iniziare, missili e droni sono stati lanciati dall'Iran nello stretto di Hormuz, rimasto chiuso per diverse ore durante un'esercitazione militare dei Pasdaran. Le Guardie della Rivoluzione islamica ribadiscono di essere pronte a bloccare Hormuz, dal quale transita il 20% del gas e del petrolio mondiale, anche se l'opzione danneggerebbe molto duramente il commercio con la Cina, verso la quale viaggia il 90% delle esportazioni iraniane. Di contro, nelle ultime 24 ore, l'esercito americano ha spostato nel Golfo Persico oltre 50 cacciabombardieri fra F-16, F-35 ed F-22. Il ministro Araghchi avverte che, in caso di attacco militare, la difesa "non si limiterà ai confini dell'Iran". Prima di lui è stata la Guida Suprema, Ali Khamenei, a rispondere a Donald Trump. Il tycoon ha avvertito dall'aereo presidenziale, prima che si aprissero i negoziati, di "non credere che gli iraniani vogliano le conseguenze del mancato accordo". Un messaggio nemmeno tanto velato, dopo aver affermato nei giorni scorsi che il cambio di regime a Teheran sarebbe "la cosa migliore".

Khamenei si è premurato di minacciarlo di "poter subire un colpo tale da non potersi muovere" e che "più pericolosa" della nave da guerra inviata da Trump in Medioriente è "l'arma in grado di affondarla". Per Teheran, ogni riferimento esplicito degli Stati Uniti al possibile uso della forza "deve cessare immediatamente e incondizionatamente". Difficile che Trump accordi la richiesta.

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