Zingaretti sotto accusa, il Pd pronto a mollarlo. In pista c'è Bonaccini

La linea filo-Conte non convince i dem, che affilano le armi in vista del congresso

Zingaretti sotto accusa, il Pd pronto a mollarlo. In pista c'è Bonaccini

Il Pd ha bisogno di una bussola. La nascita del governo Draghi ha finito per disorientare ancora di più la classe dirigente del partito. Si fa quasi fatica a crederci, ma davvero ci sono arrivati impreparati, quasi sorpresi, spiazzati.

Nicola Zingaretti aveva scommesso su Conte, architrave di un futuro incerto. Non solo come premier. Conte doveva essere qualcosa di più, il ponte intorno al quale costruire i nuovi confini della sinistra. L'idea era lasciare fuori dal perimetro il maledetto Renzi e ridefinire l'alleanza strategica con i grillini. Era il profilo di una sinistra dall'identità sfumata, ibrida, con i Cinque Stelle da addomesticare. Era una sinistra che come motto aveva il grido: fuori le destre. Le destre come minaccia, come assedio, come pericolo da evocare per serrare i ranghi. Il Conte bis vissuto come esperienza fondante. Poi tutto è caduto.

Zingaretti si è ritrovato sotto accusa. Non ha il carisma e la lucidità per immaginare il futuro. Bisogna confrontarsi. È così che si è cominciato a parlare del congresso. Quando farlo? Prima del previsto. Non si può continuare a navigare a vista, galleggiando, senza neppure chiedersi dove andare. Non è solo una questione di leadership, anche se l'alternativa a Zingaretti è facile da vedere all'orizzonte. È Stefano Bonaccini, governatore dell'Emilia Romagna e vecchio cuore renziano.

Bonaccini ha riconquistato la regione rossa sventolando, con la scenografia delle sardine, l'anti salvinismo. Non è però rimasto aggrappato a quella stagione. Questo è il tempo di Draghi e dialogare con Salvini non è un tabù. Non si può costruire la propria identità solo sul nemico. Il congresso non è solo una resa dei conti. È anche chiedersi «chi siamo», perché il Pd spesso fatica a capirlo. Capita così che a Zingaretti scappi, parlando a Radio immagina, un «dobbiamo concentrarci sul rilancio del Pci». È un lapsus, ma forse racconta anche un certo disorientamento.

Zingaretti non vuole tornare al Pci, ma sogna una sinistra con il fuoco di piazza grillino, moderata dalle buone maniere di Conte e dalla vocazione governativa del Pd. Questo insistere su Conte a molti nel partito sembra un'ossessione. Lo fa capire Giorgio Gori, sindaco di Bergamo, in un'intervista a La Stampa: «Indicare Giuseppe Conte come leader dello schieramento è una manifestazione di debolezza, così come il costante, ossessivo insistere sull'alleanza con 5 Stelle e Leu. Io credo si debba partire dal Pd, dai nostri valori, dalla nostra visione di società, dalle istanze che vogliamo rappresentare». La risposta di Zingaretti è Barbara D'Urso e questo scuote il chiacchiericcio della base.

Gori invece viene accusato di nostalgia. Il suo Pd, dicono gli «zingarettiani», è quello sconfitto alle ultime elezioni. È un Pd che pensa in piccolo e non si apre agli alleati naturali. C'è insomma una parte del Pd, e non è detto che sia minoritaria, stregata dai grillini. È quella che rivendica la vocazione governativa e non ha alcun interesse a interrogarsi sull'identità. Il Pd, per loro, è tutto ciò che non è destra. L'imperativo categorico è ricacciare fuori dal Palazzo gli «impresentabili». Il «chi siamo» è un fazzoletto a quattro punte. È una pochette. Rigorosamente da uomo.

Il giorno in cui si aprirà il congresso tutti faranno finta di parlare della «questione femminile». Si batteranno il petto per rassicurare la coscienza. Poi si parlerà di Conte e di Renzi. È lì la frattura profonda che divide il Pd. È la sfida tra chi ha simpatizzato con l'operazione Draghi e chi, al di là delle frasi di circostanza, considera la caduta del Conte bis un tradimento. La risposta su cosa sia davvero il Pd resterà a lungo un mistero.

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