Zingaretti sotto assedio vuol cambiare nome al Pd prima di essere cacciato

In un anno ha fatto il pieno di sconfitte E la schiera degli scontenti è già nutrita

Zingaretti sotto assedio vuol cambiare nome al Pd prima di essere cacciato

Un anno fa, all'indomani della vittoria alle primarie, Nicola Zingaretti si presentò nella veste di segretario del Pd con una promessa: «Sbaracchiamo dal Nazareno».

Domani mattina, in caso di risultato negativo per il centrosinistra nella doppia sfida in Emilia Romagna e Calabria, il presidente della Regione Lazio rischia di essere il primo (e unico) a dover fare gli scatoloni per lasciare la stanza di comando dei democratici. Al Nazareno in tanti, all'alba di domani, sono pronti a mettersi in fila per citofonare al segretario, chiedendone un passo indietro.

Un paio di settimane fa, Zingaretti (conoscendo i sondaggi veri) ha giocato d'anticipo, annunciando un nuovo congresso. Una mossa per mettere le mani avanti, allontanando gli avvoltoi pronti a saltare sul cadavere. In effetti, Zingaretti non sembra aver scelta: dal 4 marzo 2019 (giorno in cui ha assunto il timone del Pd) ha collezionato sconfitte. In serie, il Pd ha perso le regionali in Basilicata, Piemonte, Umbria. Nello scenario più nero: l'era Zingaretti si conclude con un netto 5 a 0. In Calabria l'esito sembra scontato: il centrosinistra targato Zingaretti si presenta con la candidatura di Filippo Callipo e lo strappo del governatore uscente dei dem Mario Oliverio.

In Emilia la sfida si gioca sul filo di lana. A chi gli chiede se domani si dimetterà, Zingaretti replica con una risata. C'è però poco da sorridere. Il citofono del Nazareno suonerà. E forte. Il primo chiedere la testa del leader del Pd sarà proprio Stefano Bonaccini, il candidato governatore del Pd in Emilia. Il presidente non perdonerà al Pd un doppio autogol in piena campagna elettorale: l'annuncio della plastic tax e il pasticcio sul voto in giunta per l'autorizzazione a procedere contro Matteo Salvini per il caso Gregoretti.

Zingaretti sarà chiamato a rispondere anche di un'altra accusa: la resa al M5s sulla giustizia. È pronto a citofonare al Nazareno Beppe Sala: il sindaco di Milano guida il movimento dei sindaci. Dall'intesa coi 5 Stelle al ritorno al proporzionale: Sala è critico sulla linea politica del Pd.

Base riformista, la corrente di Luca Lotti e Lorenzo Guerini, userà la sconfitta elettorale per rimettere in discussione la leadership di Zingaretti. E spingerà per un nuovo congresso: Guerini e Lotti vorrebbero schierare il sindaco di Bergamo Giorgio Gori. È già in fila al Nazareno Matteo Orfini: l'ex presidente del Pd è da tempo una spina nel fianco della nuova governance democratica. Orfini contesta la linea troppo ambigua sull'immigrazione, la mancata approvazione dello ius soli e la proposta di un'alleanza organica col M5s.

Il leader del Pd studia le contromosse: lo scioglimento del Pd è una soluzione. Goffredo Bettini ha un altro piano: la convocazione di un congresso straordinario per decidere se dar vita a una coalizione politica con i Cinque stelle. Strategie per nascondere un fallimento politico.

PaNa