Zona rossa, di chi è la colpa? Così un dato ha punito la Lombardia

La verità sullo scontro tra Lombardia e Iss. Quel blitz della Finanza e lo scambio di mail: "Non hanno voluto attendere..."

Zona rossa, di chi è la colpa? Così un dato ha punito la Lombardia

Esistono polemiche che conviene analizzare a bocce ferme. Lo scontro tra Attilio Fontana e l’Iss è una di queste. Si tratta di una vicenda in cui nessuna delle due parti in causa è del tutto esente da errori, è evidente, ma è altrettanto vero che non è una sola (il Pirellone) la colpevole del "pasticcio Lombardia". Come invece è emerso su gran parte della stampa.

Proviamo a ricostruire i fatti. Come noto il 16 gennaio, dopo aver letto il report della cabina di regia sulla 35esima settimana, il ministro Speranza firma l’ordinanza che "ricaccia" la Lombardia in zona rossa. Il Pirellone contesta, è convinto che i numeri dicano l’opposto. Ritiene soprattutto che un dato in particolare, l’Rt-sintomi, abbia qualcosa che non quadra. “Non era coerente con gli altri indicatori”, dicono al Giornale.it fonti del cts della Regione. Sul momento il Pirellone chiede di sospendere l’ordinanza, anche solo 48 ore, per capire perché quell’Rt sia a 1,4 quando tutto suggerisce che l’epidemia stia regredendo. Ma Roma decide di tirare dritto e i negozi sono costretti a chiudere.

In quel momento, effettivamente, quale sia il problema non è chiaro. I tecnici dell’Iss e quelli lombardi si mettono al lavoro (tra le due parti, va detto, vi è stima reciproca) e alla fine trovano il baco. Lo abbiamo spiegato ieri (leggi qui): si tratta di un intoppo nell’algoritmo pensato dall’Iss che non aveva “calcolato” l’effetto prodotto da una serie di fattori. Proviamo a riassumere. L’Rt sintomi si calcola sul numero di infezioni tra una settimana e l’altra. Ogni volta che la regione rileva un caso positivo, carica i suoi dati in un sistema pensato apposta dall’Iss. L’intoppo si è creato intorno a due indicatori: la “data inizio sintomi” e lo “stato clinico”. Se questi due campi sono completi, nessun problema: l’algoritmo li considera come sintomatici e tutto va bene. Quando però è presente solo la “data inizio sintomi” e non lo “stato clinico”, il processo si ingarbuglia. L’Iss all’inizio li considera inizialmente “sintomatici”, poi però se guariscono (o muoiono) senza che nessuno abbia indicato uno “stato clinico” li depenna d’imperio. Creando uno scalino che falsa l’Rt. La maggior rapidità di guarigione, dovuta alle nuove regole del ministero, che permette agli infetti di tornare in libertà dopo appena 10 giorni, ha aumentato il numero di casi “guariti” all’interno del periodo di osservazione dell’Rt. Inceppando così l’algoritmo.

Infografica di Alberto Bellotto

Di chi è la colpa? Va detto che la Lombardia non sempre compila tutti i campi richiesti nel sistema di sorveglianza fornito dall’Iss. L’Istituto l’ha spiegato nella dura nota di qualche giorno fa: il Pirellone ha segnalato “una grande quantità di casi, significativamente maggiore di quella osservata in altre regioni, con una data di inizio sintomi a cui non ha associato uno stato clinico”. Per non parlare delle 54 segnalazioni di errori, incompletezze e/o incongruenze. Per l’Iss è questo il vulnus. Per la Lombardia invece no: la tipologia di dati, per quanto incompleti sullo “stato clinico”, si somigliano lungo tutte le settimane sin da maggio 2020. Non è mai stato un problema e nell’ultimo mese non è cambiato granché.

Si è molto discusso sull’obbligatorietà o meno di compilare il campo “stato clinico”: il Manuale (leggi qui) fornito dall’Istituto alle regioni dice che l’indicatore “deve essere raccolto”. Ma è pur vero che anche senza indicarlo il sistema fa caricare comunque la scheda paziente: non è cioè “obbligatorio”. Il fatto è che, come abbiamo provato a spiegare ieri, i dati sui positivi non vengono raccolti da una sola persona: sono un flusso di informazioni che partono da migliaia di malati, arrivano ai medici di base, passano dai sistemi delle Asl e infine arrivano alla Regione. Il Pirellone sostiene di aver sempre tenuto il dato coerente con quelli provenienti dalle Asl, “anche con eventuali incompletezze”, senza “forzarne la lettura”. Senza cioè attribuire gradi di gravità dove il medico non ha fornito indicazioni. Il ragionamento è: se c’è una data inizio sintomi, sono “sintomatici”. E amen.

Infografica di Alberto Bellotto

L’Iss invece fa una considerazione diversa. Nel caso in cui lo “stato clinico” non venga mai aggiornato nel corso del tempo, sebbene ci sia una “data inizio sintomi”, quando viene documentata la “guarigione” o il “decesso” il caso viene considerato asintomatico. Perché? Mistero. Secondo l’Iss “non è plausibile che ci sia una ‘data di inizio sintomi’ di una persona senza alcun sintomo documentato fino alla guarigione o alla morte”. Un assunto in realtà strano. È più facile infatti che il medico inserisca la data inizio sintomi, ma non specifichi la gravità, o si dimentichi di aggiornare la scheda, piuttosto che s’inventi una “data inizio sintomi” per un asintomatico. No? Appare inconcepibile, infatti, che una persona “morta” venga considerata “asintomatica” solo perché non è stata specificata la gravità del sintomo: se c’ha lasciato le penne, di certo qualcosa avrà avuto. Un soluzione in fondo ci sarebbe: se i casi con “data inizio sintomi” ma senza “stato clinico” sono considerati “sintomatici” all’inizio, lo si potrebbe fare anche una volta guariti o morti. In questo modo l’Rt non conterrebbe errori.

In questo contesto s’inserisce il botta e risposta sulla “rettifica” o “l’aggiornamento” dei dati. La Lombardia - dice una fonte nel cts confermata da un’altra dell’Iss - ha modificato lo “stato clinico” dei pazienti su indicazione dell’Istituto, ma non ha cambiato il totale dei casi registrati: “Il nostro intervento, che è stato concordato con loro, ha permesso di aggirare l’ostacolo che si era creato nel loro algoritmo. Abbiamo seguito le indicazioni, anche se non eravamo e non siamo d’accordo sull’inserire d’imperio informazioni che non abbiamo. In una mail del 7 gennaio, l’Iss ci aveva addirittura chiesto di smettere di dichiarare i pazienti guariti. Ma come si fa?”. Dal Pirellone suggeriscono quindi di cambiare gli automatismi del software invece di agire sulle informazioni che arrivano dal territorio. “Quando abbiamo deciso di inserire lo ‘stato clinico’ sapevamo che ci avrebbero accusato di aver inviato dati sbagliati. Ma se avessimo tenuto il punto, la Lombardia sarebbe rimasta in zona rossa. I nostri tecnici sapevano di rovinarsi la reputazione, ma hanno preferito far tornare la regione in zona arancione. L’Iss infatti ci aveva detto: ‘O li cambiate o non modifichiamo il colore'”. Insomma, sarebbe ingiusta l’accusa di essere poco precisi sulla raccolta dati: “Ci sono regioni che non caricano appositamente la data inizio sintomi. In alcuni casi emergono persone in terapia intensiva che nel sistema appaiono asintomatiche”.

C’è poi un’altra faccenda da risolvere. Perché una volta sollevato il dubbio non si è aspettato di risonvere il problema prima di infilare la Lombardia in zona rossa? “All’Iss è mancata l’intelligenza di guardare alla situazione complessiva della nostra regione, fossilizzandosi solo sull’Rt sintomi. Avevamo un Rt ospedaliero basso e l’incidenza inferiore a Emilia Romagna e Veneto, eppure nessuno si è chiesto: perché l’Rt sintomi non è coerente con gli altri indicatori?”. L’Iss dal canto suo sostiene di aver fatto circolare il dato in anticipo come sempre, chiedendo al Pirellone di verificarlo e validarlo col criterio del silenzio assenso: “La Lombardia - si legge in una nota - non ha finora mai contestato questa stima”. Perché? “I dati sono arrivati lo stesso giorno in cui al Pirellone si è presentata la Guardia di Finanza inviata dalla procura di Bergamo che indaga su Alzano e Nembro - spiega una fonte al Giornale.it - Hanno sequestrato tutti i computer e i cellulari della Prevenzione sanitaria che fa il controllo delle stime. Il giorno in cui avremmo dovuto dare il via libera o meno all’Rt, quell’ufficio non ha potuto lavorare”. Dunque il silenzio assenso avrebbe fatto passare la stima che l’Iss ha poi pubblicato, provocando la zona rossa. “Quando poi abbiamo chiesto 48 ore per lavorare insieme prima di far scattare le restrizioni - conclude la fonte - Speranza ci ha risposto di no ed è andata com’è andata”.

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