Mettere mano agli aumenti delle pensioni derivanti dalla perequazione, nel caso in cui sia necessario tutelare la finanza pubblica, non può essere considerato un atto di violazione del diritto previdenziale: una sentenza della Corte Costituzionale, avallata dalla Cassazione, chiarisce questo punto ma d’altro canto alimenta le preoccupazioni dei contribuenti italiani.
Quando si parla di “perequazione automatica” ci si riferisce a quel sistema di adeguamento annuale degli importi pensionistici al costo della vita che viene valutato sulla base dell’inflazione rilevata dall’Istat: questo meccanismo collaudato è finalizzato sostanzialmente a tutelare il potere d’acquisto dell’assegno nel tempo. L’applicazione di questo metodo non è tuttavia sempre stata fatta in modo preciso, per cui qualora il costo della vita s’incrementi del 4% non è automatico che dal 1°gennaio dell’anno successivo si applichi alle pensioni un +4% per contrastare l’inflazione. Già altre volte in passato, infatti, il legislatore è intervenuto a calibrare questo incremento, specie in momenti in cui la finanza pubblica navigava in acque agitate.
Proprio con l’obiettivo di non incidere troppo sulle casse dell’Erario, a partire dal 2023/2024, è stato introdotto un sistema di aumento dell’elemento perequativo a scaglioni, così da aiutare soprattutto i contribuenti più in difficoltà: il calcolo avviene applicando percentuali diverse in base al totale dell'assegno, garantendo il 100% alle pensioni più basse e riducendo progressivamente la quota d’incremento da applicare agli importi più elevati. Pertanto, piuttosto che eliminare la perequazione, si è cercato di ridurne l’impatto ma a quel punto è stato sollevato un problema di compatibilità di questo nuovo sistema con la Costituzione Italiana, con riferimento alla parte in cui si affronta il delicato tema della tutela previdenziale.
In merito alla questione è intervenuta la Corte Costituzionale, che con sentenza 52/2026 ha definito legittimo e non anticostituzionale l’intervento del legislatore: la modulazione della perequazione automatica è legittima nel caso in cui il meccanismo non venga eliminato del tutto e tale modulazione sia motivata da esigenze di bilancio. Una delibera che è stata avallata anche dalla Corte di Cassazione, che ha ribadito il principio della necessità di ottenere un bilanciamento tra l’esigenza di adeguare gli assegni al nuovo costo della vita e quella di tutelare la finanza pubblica.
Ciò significa che la rivalutazione non può essere eliminata, ma che esiste per il legislatore la facoltà di ridurre il suo peso sull’Erario entro certi limiti e in modo temporaneo, anche se al momento non sono stati definiti i contorni cronologici di questo intervento straordinario.