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"Il pubblico pensa di essere assai colto senza nutrire il sospetto di sbagliarsi"

Tre brani dell'autore di "Moby Dick" sul circo degli esperti, dei recensori, dei critici. Un insieme micidiale di ipocriti

"Il pubblico pensa di essere assai colto senza nutrire il sospetto di sbagliarsi"
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Senza l'afflatus è inutile fare poesia. L'afflato non è altro che una sorta di ebbrezza. Completata la poesia, la sbornia svanisce e il bardo cade in depressione. I nervi del poeta sono a pezzi. Ed è in questo stato di spossatezza che, come naturale conseguenza della stesura, si affaccia il pensiero di dover pubblicare, un pensiero terribile nella sua estrema lacerazione. L'esordiente, ormai esausto, si trova nella condizione dell'attore di campagna che, prima ancora di affrontare le luci della ribalta, viene colto dall'ansia da palcoscenico. Il Pubblico, verso cui l'Editore è il primo pilota, si profila all'orizzonte come l'isola sconosciuta ai confini della terra che si staglia davanti al navigatore in cerca di un porto ospitale nella notte. Ahimè, ora faccio lo spiritoso, ma è lo spirito cupo di chi sa bene come stanno le cose. Sì, lo stesso panico che ho cercato di descrivere, o uno simile, mi ha assalito quando, alla veneranda età che ho raggiunto, dopo aver completato la stesura e la revisione dei Brani contenuti in questo volume, dei quali, pur assumendomi la responsabilità, non rivendico la paternità, per la prima volta in vita mia cominciai a pensare alla pubblicazione. Senza dubbio i miei timori erano ingigantiti dal brusco contrasto tra la solitudine studiosa e umbratile a cui mi ero abituato da tempo e il bagliore ingannevole della divulgazione. (Gli editori, ndr) alla fin fine sono diffidenti verso l'originalità come lo sareste voi nei confronti di una pantera che, fuggita da un serraglio, vi venisse incontro sulla pubblica via facendovi le fusa.

Le cose stanno diversamente per il Pubblico, quell'insieme particolare che si distingue dalle singole Persone. Le Persone, Dio le benedica, mantengono una dose di istintivo buon senso e una certa onestà. Consapevoli della propria ignoranza sulla maggior parte delle questioni che esulano dai loro interessi pratici, non hanno alcuna pretesa di avere una cultura universale. Il Pubblico, al contrario, ritiene di essere assai colto, già, e riguardo qualsiasi cosa, senza nutrire il minimo briciolo di sospetto che possa sbagliarsi almeno un po'.

Da "La casa del poeta tragico"

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Eppure, nel senso più vero della parola, autore io non sono. Come può esserlo, infatti, chi si dà pena di modellare in forma letteraria le battute di un improvvisatore, sopprimendone le pirotecnie verbali più volubili e sforzandosi di imporre un metodo nella scrittura di ispirazioni sparse, pronunciate in momenti diversi? Come può un mero artigiano di questo tipo rivendicare la qualifica di autore? Non può, perché ciò implicherebbe un'originalità. Una parola su un punto che potrebbe forse provocare, in una forma o nell'altra, qualche critica da parte dei più sconsiderati. Non saprei proprio come prevenirle se non citando un assioma, uno dei tanti, divertenti, che si trovano in un Manualetto pubblicato di recente da un professore di critica letteraria a beneficio dei suoi allievi: "Non è compito della letteratura fornire novità. Per le novità, consultate l'Almanacco di Gotha".

Dalla "Prefazione"

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Un'intelligenza profonda, una saggezza più acuta di quella del Serpente, ma senza la sua malizia; affabile; infantile nella sua sincerità; e, cosa straordinaria per un moderno giacché nelle questioni vitali Shakespeare era così avanti nella modernità che noi ancora non l'abbiamo raggiunto del tutto scevro di superstizioni o ipocrisie mondane.

Da "Shakespeare"

Traduzione di Paolo Simonetti. Si ringrazia Galaad edizioni.

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