Quando anche Fini proclamava: «Quella tassa va abolita subito»

E adesso chi glielo dice ai finiani pro canone Rai che un dì anche il presidente della Camera Gianfranco Fini aveva in animo di abolire, e persino di non pagare questa tassa? Era il 23 febbraio del 1994 e il leader di An si preparava a governare, sebbene solo per un pugno di mesi a causa della solita giustizia a orologeria e del golpe bianco firmato Oscar Luigi Scalfaro.
«La prima decisione che prenderemo sull’emittenza radiotelevisiva - disse Fini al quotidiano economico Milano Finanza - sarà l’abolizione del canone Rai. Dobbiamo mettere pubblico e privato nelle stesse condizioni. La Rai può raccogliere pubblicità, come la Fininvest, ma ha in più il canone». E ancora: «Togliere una rete all’uno o all’altro non ha senso, né tantomeno privatizzare la tv di Stato. La Rai deve fare una cura dimagrante per i costi, il personale e tutto ciò che viene fatto pagare al cittadino. La Rai - sibilò - non può più chiedere al contribuente italiano di far fronte ai suoi fallimenti».
E poi, abolire il canone è una cosa. Spingere alla disobbedienza fiscale - anzi all’evasione, come qualcuno accusa il Giornale di voler fare - è un’altra cosa. Italo Bocchino, il vicepresidente dei deputati Pdl vicinissimo a Fini, lo ha ribadito anche ieri: «Il boicottaggio è un rimedio peggiore del male». E anche puntare il dito contro i Masanielli anti Cav che imperano in Rai non è da Fini, afferma con sicurezza il suo spin doctor Alessandro Campi: «Dieci, cento, mille Santoro servono al pluralismo», ha detto ieri il numero uno di Farefuturo al Fatto di Padellaro&Co.
Eppure solo pochi anni fa, memore di certe battaglie degli anni Ottanta del Movimento sociale italiano, a chi nel 2006 lo solleticava sul tema dello sciopero del canone, Fini sorrideva: «Ne parlavamo già come Msi nell’81 con Giorgio Almirante, è una sua vecchia proposta. Mi auguro che non accada, ma se il buongiorno si vede dal mattino - siamo all’alba dell’Unione di lotta e di governo che si preparava a (ri)colonizzare Viale Mazzini - avverto da sinistra i soliti sintomi di una sfrenata tendenza alla lottizzazione. A me piacerebbe un servizio pubblico che garantisca un’informazione pluralista».
La tentazione di disobbedire a mamma Rai però è un’altra cosa. E una volta, nel 2001, Fini fu sul punto di vacillare: «Sono rammaricato di aver già pagato il canone Rai». Galeotta fu una puntata di Domenica in «ostile» (per essere gentili) al centrodestra. «Ha ragione chi dice che la misura è colma. Il servizio pubblico o è tale, e rispetta chi paga il canone, o non lo è. E quando certe trasmissioni offendono anziché informare, è più giusto non pagare il canone e denunciare l’immoralità di alcune trasmissioni, che non possono più essere finanziate con il denaro dei contribuenti». E allora...
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