Quando l’editore diventa panettiere

«L’arte culinaria? Una pratica di produrre piacere e diletto» scriveva Platone. Da sempre la scrittura, così come il cinema, la musica e le arti in genere, si confrontano con il tema del cibo, elisir del corpo, della mente e dello spirito. Senza scomodare i grandi autori del passato, da Petronio a Dante, dal Boccaccio al Parini, da Proust a Lévi Strauss, anche la letteratura contemporanea abbraccia i temi della tavola e della convivialità. Il cibo non è solo protagonista di ricette e aneddoti di grandi chef, ma può diventare lo spunto per un romanzo, l’elemento chiave di un giallo, l’incipit di un aforisma, la metafora per tradurre un’emozione. Un esempio dei risvolti culturali che l’atto alimentare implica in sé, lo possiamo trovare nel prezioso archivio (oltre 8mila titoli) del poeta-stampatore Alberto Casiraghy e delle sue edizioni Pulcinoelefante. «Il panettiere degli editori», per dirla con Vanni Scheiwiller, nella sua attività (quasi) trentennale ha sfornato decine e decine di curiosi libriccini - piccoli gioielli da collezione, capaci di unire la forza della parola all’originalità di un disegno o di un oggetto d’artista - che con garbo e ironia affrontano il tema del cibo in tutti i suoi aspetti, dalla materia prima al piatto sulla tavola. Da questa produzione editoriale, rigorosamente realizzata a mano, in tiratura limitata (mai oltre le 35 copie), con una vecchia macchina tipografica e carte pregiatissime, prende corpo la mostra «Il panettiere Alberto Casiraghy – Il cibo nelle edizioni Pulcinoelefante», a cura del libraio milanese Andrea Tomasetig (fino al 27 maggio a Rocca Brivio). Una selezione di cento volumetti che, attraverso il filo-conduttore del mangiare e del bere, ripercorre l’avventura di uno degli editori-artigiani più originali e controcorrente dell’odierno panorama italiano.
Ecco allora Il menu del pettirosso di Amelia Aliberti, Piove cioccolato dei fratelli Geminiani, Una vocale del cuoco di Davide Oldani e ancora le Care lumachine di Vivian Lamarque; cui si aggiungono i versi di Arturo Schwarz e di Paul Verlaine, o le «ricette» letterarie di Scott Fitzgerald e di Raymond Queneau. Folgoranti sono spesso gli aforismi, da quelli dolenti di Alda Merini («Io mangio solo per nutrire il dolore», «Ringrazio Dio quando dormo perché non ho fame») ai pensieri della diva Maria Callas, fino a quelli dei tanti frequentatori, di passaggio o abituali, della sua casa-laboratorio di Osnago. Tra gli autori anche lo stesso Casiraghy, autore dell’aforisma «La bocca è il vulcano dell’universo» e del famoso libriccino, imbrattato di chiazze rosso sangue, dedicato al caro vecchio maiale. Accanto agli scrittori, più o meno conosciuti, si confrontano gli artisti, da Fabio Sironi ad Alberto Rebori, che arricchiscono i brevi componimenti con disegni, acquarelli e incisioni. Il vertice dell’originalità, però, è raggiunto in una serie di libri-oggetto che incorporano cioccolatini, leccalecca, gusci di uova, sardine di plastica, pasta cruda e persino un martello, a firma di Bruno Munari, «per spezzare torroni impossibili».

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