Quando la satira faceva ridere davvero

Quanta nostalgia per le vignette pungenti, ironiche e soprattutto gioiose che hanno sbertucciato il potere dai tempi di Cavour a quelli di Andreotti. Oggi invece si preferisce l'arma della volgarità. E della tristezza

nostro inviato a Torino

Per uno di quei paradossi che appartengono di diritto alla sfera della comicità, il successo di un uomo politico, come è noto, è direttamente proporzionale alla quantità di vignette che gli riserva la satira, anche la peggiore: più caricature ci si guadagna, maggiore è la popolarità presso i lettori, che non a caso coincidono con gli elettori. Ma tutto sommato vale anche il contrario: maggiori sono gli strali che il politico lancia sdegnato al vignettista, più alta si eleva la gloria - e la visibilità, e i compensi - dell’irriverente disegnatore. Un regola che vale per la carta stampata come per il cinema: se nessuno si lamentasse del nuovo film di Sabina Guzzanti, a vedere Draquila andrebbero in quattro. Anche se sembra strano, il mercato delle idee segue le medesime leggi di quello delle merci. In entrambi i casi la pubblicità è l’anima del commercio.
E che le «bombe di carta», i disegni e le vignette irriverenti, abbiano sempre fatto un’enorme pubblicità a politici di prima e di seconda fila, rendendoli figure popolari, lo dimostra la grande mostra «Dalla storia alla satira. Cronache ed eventi in caricatura da Cavour ad Andreotti» che aprirà dopo l’estate all’Archivio di Stato di Torino (dal 7 ottobre al 15 dicembre) e che viene presentata oggi al Salone del libro dal curatore Dino Aloi, dal disegnatore Gianni Chiostri e dallo storico Aldo Alessandro Mola.

Cavour e Andreotti: due poli cronologicamente opposti ma accomunati dallo stesso destino, non si sa quanto fortunato: sono in assoluto - dal Risorgimento alla seconda Repubblica, cioè dalle prime incisioni satiriche sui fogli giornalistici durante i moti del 1848 alle vignette di Benny, Krancic o Giannelli - gli uomini politici più ritratti e presi di mira. Ma non certo gli unici. Gli artefici (e gli oppositori) dell’unità d’Italia furono gratificati delle ironie e degli sberleffi delle penne più irriverenti dell’epoca: Cavour appunto, e poi Radetzky, Napoleone III, Garibaldi (uno dei soggetti preferiti), Vittorio Emanuele II... Sempre e comunque, da parte degli autori, con un’arguzia perfida ma sottile oggi forse scomparsa, ma anche con una libertà di linguaggio assoluta: basti sfogliare le vecchie raccolte del Fischietto o del Don Pirlone - fogli sui quali rarissimamente interveniva la censura, sia politica sia ecclesiastica - per rendersene conto: per simboleggiare il rovinoso crollo dei sogni neoguelfi di Vincenzo Gioberti, un celebre vignettista fece ruzzolare a terra la testa di Pio IX. Non sappiano, oggi, quanti oserebbero altrettanto, senza il timore di essere travolti da ondate di proteste e indignazioni.

Forse all’epoca gli uomini di potere quando venivano infilzati ci pensavano due volte prima di intervenire, ed erano capaci di ridere, anche se amaro. O perlomeno di sorridere. «Il guaio - è l’idea che si è fatto lo storico Aldo Alessandro Mola - è che l’Italia sorride sempre meno rispetto al passato. Il motivo? Perché la distanza tra la realtà e la sua trasfigurazione satirica si è drasticamente accorciata. Le cronache odierne fanno sogghignare, provocano riso smargiasso o convulso. E quindi rattristano. Sconfortano. Perciò sono davvero titanici gli artisti che ancora riescono a estrapolarne un tratto, un motto sapienzale, un guizzo di spirito».
Ma se abbiamo perso il senso dell’ironia, è soprattutto perché qualcuno ha perso quello dell’autoironia. «Da noi - dice Mola - dopo il celebre attacco di Massimo D’Alema, nel 1999, contro Giorgio Forattini che lo raffigurò mentre sbianchetta la lista Mitrokhin, tutti coloro che erano abituati a parlare, o anche a straparlare, attraverso la satira, hanno paura di essere perseguitati economicamente, scoprendosi vulnerabili. Da quel momento il clima cambiò. E tutto ciò soltanto per aver offerto al lettore una riflessione. Perché è questo ciò che deve fare la buona satira: essere una chiave di lettura, ovviamente “caricata” e magari “grottesca” della realtà».

E la mostra di Torino con i suoi oltre 400 disegni e vignette, dalle sagome dei Padri della Patria realizzati in cartapesta nel secondo Ottocento alle caricature dei migliori professionisti che oggi lavorano per i quotidiani o le (poche) riviste di satira, racconta proprio questo: ossia come i più bravi caricaturisti, i più intelligenti oltre che i più dotati nel disegno, siano proprio coloro che sanno interpretare la realtà, ossia la Storia e le storie, che vedevano e vivevano. Perché l’arguzia, e anche la leggerezza, non coglie solo l’aspetto del potere rappresentato, ma è capace anche di «tagliare» un’opinione politica, inevitabilmente di parte: da Giovanni Giolitti, passato (ingiustamente) alla storia come il «ministro della malavita», aspramente criticato sia dai socialisti sulla rivista L’Asino con Galantara sia da Il Mulo di ispirazione cattolica che affidava i suoi malumori alla brillante matita di Moroni Celsi, fino a Craxi in stivaloni duceschi sulla Repubblica di Forattini o al nostro beneamato e benodiato Cavaliere strapazzato da Vauro a ogni puntata di Annozero...

«Oggi però - conclude amareggiato Mola - la satira continua sì a colpire, come è il suo compito, ma troppo spesso sotto la cintura. È più volgare, è spaventata - pensiamo ai vignettisti minacciati di morte dai fondamentalisti islamici per aver toccato Maometto - e quindi, come un cane bastonato, più cattiva». La satira è morta? Peggio. Si è intristita.
La mostra «Dalla storia alla satira. Cronache ed eventi in caricatura da Cavour ad Andreotti» (che aprirà in ottobre all’Archivio di Stato di Torino) viene presentata oggi alle ore 11.30 in piazzetta Parole di Piemonte.