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Quando Sottsass fotografava la Milano nascosta

Sulla pagina di sinistra una fotografia, su quella di destra un testo breve, spesso laconico ed evocativo, forse evocativo proprio perché laconico, impaginato usando i caratteri di una macchina da scrivere, per la precisione quelli di un'Olivetti Lettera 36. Era l'appuntamento mensile di Ettore Sottsass con i lettori di Domus, e il titolo di questa rubrica strana, quasi sperimentale, era lo stesso del libro che Adelphi manda ora in libreria e che raccoglie tutte le uscite dal luglio 2004 al febbraio 2007: «Foto dal finestrino» (pagg. 75, euro 8). «Nella doppia pagina che ogni mese usciva su Domus - ci racconta Stefano Boeri - il rapporto tra immagine e testo non era mai sequenziale, e così è rimasto anche in questo libro dove il testo raramente spiega l'immagine, piuttosto si mette con essa in un rapporto di scambio, anzi, di contrappunto. A volte si tratta persino di un rapporto di corruzione. Con Foto dal finestrino Sottsass aveva scombinato un luogo comune: i testi sono brevi, forti e secchi come uno scatto fotografico, le fotografie, invece, sono racconti, hanno una loro potenza C'è anche Milano, in questo libro, of course: per esempio una foto intima, toccante, di una piccola piantina abbandonata sotto una colonna di via Broletto - o almeno così dice il testo che l'accompagna, dove Sottsass afferma: «Sono sicuro, sicurissimo che c'è un paradiso di prati infiniti per le erbe solitarie». Un paradiso - ecco di nuovo un ossimoro - metropolitano? Ma pure altre occasioni ci raccontano indirettamente la Milano di quel grande viaggiatore che fu Sottsass, ma in modo dimesso, come se ci trovassimo a sfogliare un diario di viaggio e di gioventù: «A Milano, la domenica dopo il primo maggio 2004 è venuta una grande pioggia. Non è riuscita a cancellare il graffito sull'asfalto della strada». E ancora: «Ho letto che a Milano un ristorante ha preso come suo motto una frase di Oscar Wilde e la cito: Non riesco a sopportare quelli che non prendono seriamente il cibo.

Potrebbe anche essere il mio motto». Foto di accompagnamento: una cucina popolare a Bali, dove il cibo ha, ancora oggi, quella dimensione sacrale ma non morbosa, non glamour, una dimensione che a Milano ha, ancora una volta, perso.

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