Quei capolavori che fanno acqua da tutte le parti

A volte i grandi progetti fanno acqua. L’architetto artista, anche detto archistar, visionario superimpegnato, non ha tempo di verificare se i suoi sogni siano realizzabili. John Silber in Architetture dell’assurdo (edito in Italia da Lindau) ha raccolto un divertente campionario di capolavori traballanti, suscitando negli Stati Uniti una vasta eco e una polemica furibonda. Silber, ex rettore dell’Università di Boston, non è architetto di formazione, ma per meriti acquisiti, nel 2002 è stato infatti nominato membro onorario dell’American Institute of Architects. A suo giudizio, l’architettura ha tradito il suo mandato, cioè essere al servizio della comunità, per inseguire una infatuazione non corrisposta per le Muse.
Nel mirino ci sono i mostri sacri chiamati dalle metropoli di mezzo mondo per darsi una patina di internazionalità e per creare l’evento. Bersagliatissimo Frank Gehry. Lo Stata Center del MIT (proprio a Boston) è stato concepito come uno spazio aperto in cui ricercatori e studenti avrebbero dovuto lavorare insieme. Peccato che nel Centro si conducano ricerche molto riservate, a rischio spionaggio industriale. Il complesso è costato 300 milioni di dollari (preventivo: 165 milioni) ma è arredato con pannelli di compensato e gigantografie appese ai muri (al posto degli schermi al plasma previsti all’inizio). Non è neanche il difetto peggiore. La cosa grave è che dalle crepe piovono massicce infiltrazioni d’acqua. Dopo la comprensibile rabbia, il Centro è passato direttamente alle carte bollate. Incidente per Gehry anche a Los Angeles. La Walt Disney Concert Hall è ricoperta di eleganti e luccicanti pannelli in acciaio inossidabile. Riflettono il cielo. E soprattutto il sole, nei salotti delle case adiacenti, trasformate in serre. I pannelli sono stati coperti.
Ce n’è anche per Daniel Libeskind. Il progetto Freedom Tower destinato al nuovo World Trade Center di New York aveva un piccolo difetto: a detta di Silber non sarebbe mai stato in piedi. Ecco perché, tra le proteste del creatore, è stato completamente rifatto con l’intervento di altri. Santiago Calatrava, in Italia, va per la maggiore (chiedere a chi vive a Venezia, dove ha installato un costosissimo e scivolosissimo ponte). Nella sua città, Valencia, è un po’ meno popolare. Il Palau de les Arts, il teatro dell’opera (costo: 332 milioni di euro), ha avuto subito qualche difficoltà. Fino a che, al primo acquazzone torrenziale, si è totalmente allagato.
Il filosofo Roger Scruton, che da sempre riflette sullo statuto della cultura nella nostra società, spiega la situazione in questo modo: «Poche facoltà di architettura insegnano agli studenti il disegno di scorci, di facciate, o della figura umana, o la composizione con l’utilizzo degli ordini classici, o a disegnare fenomeni profondi e significativi come l’impatto della luce su un capitello corinzio – attività in cui si allena l’occhio e la mano, e che insegna agli architetti l’osservazione delle cose, molto più interessante dell’osservazione del proprio ego». Mancano educazione, disciplina e una sana capacità di essere concreti: «Disegni di particolari tecnici e assonometrie hanno sostituito tutto ciò, e rimane così solo la vuota decostruzione pensata per vendere qualsiasi pezzo di spazio-scultura venga in mente». I risultati, a volte, sono monumenti al proprio narcisismo. E fanno acqua da tutte le parti.

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