QUEI PAROLAI CHE FAN CROLLARE UN PIL AL GIORNO

Evidentemente ci deve essere un premio per chi spara meglio la previsione sul Pil. Anche a metà agosto sembra di assistere a quei giochi da fiera paesana, dove chi indovina il numero di fagioli nel vaso vince una porchetta. Così ci dobbiamo sorbire l’ennesima previsione di Confcommercio, che nella palla di vetro stima un -4,8% e il solito vaneggiamento di Di Pietro, che nella bottiglia di grappa intravede un -8% reale.
Facendo una piccola nota a margine, cioè di ricordare a chiunque farà un dibattito televisivo con l’onorevole Di Pietro di domandargli se sappia cos’è la differenza tra nominale e reale, o meglio, di chiedergli direttamente se sappia cos’è il Pil, conviene almeno tentare di mettere qualche punto fermo.
Il dato del prodotto interno lordo non è molteplice: è unico e si saprà solo dopo la fine dell’anno. Nonostante i catastrofisti interessati ci sguazzino, non è che ogni volta che si fa una nuova stima il Pil crolli nuovamente. Se si dice -4 poi -6 e infine -5 il risultato non fa meno quindici, il valore reale è uno solo e non va dimenticato che tutto quanto si ipotizza adesso è un dito puntato nell’aria, perché abbiamo visto che i consueti automatismi di stima, che andavano bene per un’economia stabile, non si applicano ad una situazione eccezionale come l’attuale. Chi urla al disastro adesso è altrettanto fuori fase di chi predicava ottimismo due anni fa. Fino ad ora, sbagliando, si è dato troppo peso al dato già registrato e assai poco si è guardato il dato prospettico. Eppure il mondo attuale è clamorosamente diverso rispetto a quello di pochi mesi fa. Rispetto ai minimi di marzo l’indice di Borsa (che include le aspettative) è salito di circa il 70%, i prezzi di molte obbligazioni societarie sono più che raddoppiati e la paura degli italiani di perdere, con la crisi, anche i risparmi si è molto allentata.
Questo «fattore ricchezza» può essere decisivo per capire le dinamiche alla base di una possibile ripresa: quando infatti si teme non solo per il proprio lavoro ma anche che i propri risparmi possano diventare carta straccia, è comprensibile che le spese vengano ridotte all’osso, facendo crollare i consumi (e quindi il Pil) anche a parità di reddito disponibile per le famiglie. Questo fattore, per un Paese ad alto tasso di risparmio come il nostro, diventa ancora più sensibile e dovrebbe suggerire un maggior dinamismo per il futuro, ora che i mercati registrano che i pericoli per i risparmi si sono allentati e che anzi, stanno consentendo qualche guadagno extra per chi ha avuto il coraggio di arrischiare investimenti contro il movimento del gregge. Non solo: il Pil può essere sostenuto artificialmente con spesa pubblica, come hanno fatto molti altri Paesi che si ritroveranno una crescita del deficit e del debito molto superiore alla nostra. Il punto cruciale sta proprio qui, non certo nelle previsioni: finora il Governo ha fatto bene a tenere un basso profilo con le spese, nel pieno della crisi non si poteva scherzare con la credibilità.
Adesso che i valori differenziali sui titoli di debito sono rientrati nella norma occorre però sostenere lo sviluppo al massimo grado: il Fondo Monetario Internazionale in una nota di ieri richiama la necessità di incoraggiare la ripresa con incentivi e spese infrastrutturali. Il momento di spendere (bene) è questo. Non bisogna perdere tempo e magari per una volta si potrebbe pensare in grande. Per esempio abbiamo un Expo da costruire in una città fondamentale per l’economia come Milano dove un aeroporto è collegato al centro solo con taxi e bus e l’altro è disperso nella campagna: non dovrebbe essere difficile farsi venire idee per qualche spesa utile.
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