Quei «piccoli» esclusi dal patto banche-grandi imprese

Ogni impresa, ogni piccola impresa, ha una storia a sé. Non diversamente si spiegherebbe per quale strana circostanza due imprese che producono lo stesso bene o servizio possano riscuotere maggiore o minore successo. In fondo si tratta di una banalità. Ma spesso fingiamo di dimenticarcene. Diciamo così: la politica, e talvolta noi con loro, tendiamo a trattare la moltitudine delle nostre imprese come un unico e grande aggregato. Per molto tempo si è parlato di «popolo delle partita Iva» o delle Piccole e medie imprese. Qualche maggiore sofisticazione si raggiunge distinguendo tra artigiani, commercianti, agricoltori e industriali. Ma le etichette sono sempre più labili. Così come i mestieri sono dotati di sempre maggiori sfaccettature.
Le tante lettere che riceviamo ci raccontano storie diverse, in cui è difficile trovare un unico comun denominatore. In rari casi si tratta di imprese dotate di una solida e strutturata storia manageriale: il più delle volte sono piccoli imprenditori con aziende, anche di una certa dimensione, ma che si sono fatti da soli e rapidamente.
Il quadro che drammaticamente emerge da questo nostro piccolo, ma mica tanto, microcosmo è che l'imprenditore oggi si sente solo, solissimo. Lo è quando il burocrate, che si porta a casa il suo stipendio indipendentemente dalla celerità delle sue risposte, non fa bene il proprio lavoro. Lo è quando un imprenditore si trova davanti a un micidiale dilemma: pagare il fisco su utili che non ha realizzato o pagare i propri collaboratori. Lo è quando paga imposte da rapina, ma nessuno lo difende, appunto, dai rapinatori. Lo è quando la banca gli riduce il fido, mentre l’amministratore delegato (della banca) pontifica sull'aiuto alle mitiche Pmi.
Il nostro imprenditore si sente solo. È l'unica caratteristica per la quale possiamo mettere insieme le tante lettere che riceviamo. La lettera ad un giornale è l'estrema ratio: è il grido disperato di chi non fa parte di un clan.
Chiedere a un imprenditore di stringere i denti e lottare è una scemenza. Anzi un insulto. E cosa ci si immagina che faccia ogni giorno un imprenditore? Lo fa quando le cose vanno bene per guadagnare quote di mercato e mettere fieno in cascina. Lo fa in momenti come questi in cui prima di filosofeggiare, egli deve sopravvivere.
Occorre capire che l’impresa sana non chiede un bel niente. Diciamo meglio: non chiede nulla per se stessa. Ma pretende che l’ambiente che la circonda sia favorevole, sia fertile. L’imprenditore non capisce e anzi ritiene offensive le richieste della classe politica. Non riesce proprio a capire cosa cavolo voglia dire il Partito del Sud e le sue richieste di quattrini sul territorio. Ma il territorio di chi? E per che cosa? Per assumere più burocrati, che metteranno i bastoni tra le ruote? L’imprenditore non riesce a capire per quale dannato motivo l’Anas sia così in ritardo a ricostruire il ponte sul Po che unisce Lombardia ed Emilia e che è crollato il 30 aprile scorso. Sì, va bene la Grande Malpensa, per carità. Va anche bene l’Expo di Milano. Ma un ponticello sul Po serve ora e ben fatto.
I nostri lettori, i nostri imprenditori ragionano semplice semplice. E fanno bene. Il 50 per cento dei nostri utili-redditi vanno in tasse. E anzi quando non li fanno, gli utili, si paga un’incredibile e assurda imposta per il solo fatto di esistere e impiegare personale che si chiama Irap. Non chiedono aiuti. Pretendono che la medesima efficienza che lo Stato sta dimostrando nell’esigere le gabelle, sia ottenibile nel permettere loro di lavorare. O chiedono troppo?

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