«Quel cantiere infinito sta affossando lo Smeraldo»

Con uno sguardo al passato e uno al futuro si apre la nuova stagione dello Smeraldo, che tenendo ben salde le radici nel teatro popolare, si arricchisce quest’anno di ospiti internazionali della musica e della danza (da Tori Amos a “The Musical Box”, la tribute band dei Genesis, al Croatian National Ballet Theatre); sfodera, uno dopo l’altro, un parterre di fuoriclasse della comicità italiana: Corrado Guzzanti, Maurizio Crozza, Teo Teocoli, Gioele Dix, Ale & Franz e i Legnanesi; scommette sul jazz per palati fini con Cesare Picco e Pat Metheny; e festeggia il ritorno sulle scene di Angelo Branduardi («Senza spine Tour») e Massimo Ranieri («Canto perché non so nuotare»). Peccato che a fare da sfondo a un ventaglio di proposte così florido ed eterogeneo, sia una piazza sventrata da un cantiere. Da tre anni infatti il teatro di piazza XXV Aprile, palco privilegiato del musical e di tutte le maggiori produzioni internazionali, vive ingabbiato tra le macerie di un parcheggio sotterraneo mai finito, covo di drogati, spacciatori e senzatetto. Il progetto - messo in piedi dalla giunta Albertini nel lontano 2006 in accordo con la società privata «Progetto XXV Aprile» - prevede 322 box e 346 parcheggi a rotazione e sarebbe dovuto terminare un anno fa. Eppure, da oltre tre anni, i lavori sono fermi. A lanciare l’allarme (finora inascoltato) è Gianmario Longoni, titolare del teatro dal 1983 e da due anni presidente della società Officine Smeraldo, cui fanno capo anche il Ciak alla Fabbrica del Vapore, il Teatro delle Celebrazioni di Bologna, il Creberg di Bergamo e, al 50%, il Sistina di Roma. Un’enorme macchina produttiva che allo Smeraldo – secondo palco italiano per frequenza e dimensioni - aveva il suo centro motore.
E oggi?
«Rischia di chiudere, purtroppo. I disagi causati dal cantiere sono enormi: il degrado, la mancanza di corrente, i problemi di viabilità. Per non parlare dei danni economici: la piazza da zona chic è diventata un centro di spaccio. Il pubblico è calato, abbiamo perso gli affitti sala, gli artisti chiedono cachet più alti. Anche gli sponsor si sono ritirati: inutile avere gli schermi fuori se sono coperti dai poster del cantiere».
Di chi è la responsabilità?
«In parte della società che gestisce il cantiere, “Progetto XXV Aprile”, che ha fermato i lavori per problemi di liquidità dopo essersi intascata i soldi di 300 residenti: cittadini che hanno sborsato più di 20mila euro per l’acquisto di un box e da tre anni vedono solo mucchi di terra. Per non parlare dei negozianti, ridotti sul lastrico per il calo degli affari. Ma la responsabilità è anche del Comune, che avrebbe dovuto verificare la solidità, e soprattutto l’utilità, del progetto: è evidente che dietro c’è una logica speculativa. Altro che opera di pubblico interesse: di privato guadagno, piuttosto. Io questa la chiamo “mala gestio”».
Il Comune però ha annunciato la fine dei lavori nel 2011...
«Il Comune ha promesso tante cose: il parcheggio sarebbe dovuto essere pronto l’anno scorso; è slittato a fine 2010 prima, e a metà 2011 adesso. La verità è che non troveranno mai i soldi per finire i lavori, perché nessun privato è disposto a finanziare un progetto inutile: tutti sanno che in zona i parcheggi si trovano».
Che cosa chiede all’amministrazione?
«Impegno: dalla destra dovremmo aspettarci capacità decisionale. Se un progetto sbagliato è fallito, lo si blocchi e si trovino i responsabili. Il Comune faccia un’inchiesta interna. Bisogna pagare i danni alle attività commerciali e ai cittadini che hanno pagato i box per trovarsi con un pugno di mosche».
Al Ciak le cose vanno meglio?
«Sì, quest’anno siamo ancora alla Fabbrica del Vapore negli spazi concessi, a pagamento, dal Comune. Ma tra un paio d’anni ci trasferiremo alla Bovisa, nell’area della Triennale di via Lambruschini. Euromilano, la società proprietaria dell’area, farà costruire un teatro di produzione di 1500 posti con bar, sale prove e tutto il resto; noi pagheremo l’affitto. L’idea è di creare un polo di attività culturali, insieme alla Triennale, al Politecnico: un teatro aumenterebbe l’attrattiva della zona».
Ciak e Smeraldo non ricevono finanziamenti dallo Stato. Si può produrre cultura anche senza fondi pubblici?
«Il teatro di ricerca è per un’elite, e non può prescindere dai fondi pubblici. Noi, che siamo un’attività privata autogestita, e ne andiamo fieri, possiamo fare un teatro commerciale: esportare prodotti di qualità, ma anche realizzare produzioni in proprio, come abbiamo fatto in passato e come faremo alla Bovisa».

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