"Quel fantasma di Matteotti tra Mussolini e D’Annunzio"

Pubblichiamo un brano del memoriale di Carlo Delcroix (1896-1977), eroe della Prima guerra mondiale e grande Invalido, scritto nel 1959 e rimasto finora inedito: D'Annunzio e Mussolini (Le lettere, pagg. 96,euro 9,50: in libreria da oggi)

"Quel fantasma di Matteotti tra Mussolini e D’Annunzio"

Carlo Delcroix

Fummo accolti nel parlatorio e Mussolini era con lui. D’Annunzio parlava per quanto l’altro era silenzioso, e per lunghe ore tenne vivo il discorso con una felicità e una continuità che non mi sorpresero, anche se non potevo allontanare il ricordo di un’altra sera, quando la sua voce metallica mi aveva passato il petto con parole di tristezza e di morte. Fra il 21 dicembre del ’23 e il 24 maggio del ’25 il poeta aveva avuto forse il tempo di perdonare, e certamente Mussolini aveva avuto modo di apprezzare il suo silenzio, se mai non avesse abbastanza ascoltato il suo richiamo. Nell’intervallo le fortune del fascismo erano state sul punto di declinare e, se d’Annunzio avesse unito la sua voce al coro di denunzie e di accuse, avrebbe potuto essere il colpo di grazia. Approfittare di una di quelle questioni morali, di cui egli stesso aveva fatto l’esperienza su altro terreno, ripugnava al suo spirito e al suo stile, ma fu certo portato dalla preoccupazione per il paese a considerare almeno imprudenti gli appelli di coloro che per primi avevano predicato e praticato la violenza di cui reclamavano la condanna.

Il poeta aveva orrore del delitto, pur avendone fatto pronunziare l’elogio da qualche suo personaggio, e ne sapeva incapace Mussolini il quale, solo perché sospettato, aveva finito per ammalarsi e ancora mostrava sul volto il pallore della morte a cui era sfuggito per poco. Contrariamente alle generali supposizioni, quello non fu un incontro politico, e lo stesso Mussolini ebbe poi a confidarmi che in tre giorni il poeta aveva fatto un solo accenno alla sua condotta di governo, per rallegrarsi con lui di aver fermamente tenuto il posto sotto l’imperversare di una così lunga tempesta e di averlo intrepidamente ripreso dopo l’insidia del male. Non era invece senza significato politico il fatto che i mutilati d’Italia gli rendessero omaggio alla presenza del capo del governo, e forse per questo d’Annunzio, che non aveva voluto venirci incontro sul lago, ci volle nella sua casa e si trattenne con noi così a lungo.

Fin dal momento di prender posto negli stalli quattrocenteschi del parlatorio, diede a vedere di volersi distinguere, mettendosi su un basso sgabello in mezzo alla stanza, e Mussolini lo vinse in cortesia restando in piedi dietro di lui. Io gli feci consegnare da A.G. Santagata, che l’aveva modellata, una grande riproduzione in argento della medaglia del pellegrinaggio, e con evidente compiacimento ne lesse a voce alta la dedica, chiamando per nome il capo del governo affinché l’ammirasse. Chi sapeva dei loro sostenuti e qualche volta burrascosi rapporti, non poteva non essere colpito da quel tono di pacata dimestichezza, di intimità quasi affettuosa che Mussolini ricambiava con un contegno insieme deferente e sicuro.
Non si sarebbe riconosciuto il d’Annunzio severo e crucciato di certi messaggi e discorsi in quel conversatore brillante, spiritoso, non però fatuo, a cui serviva qualunque argomento a far sentire una superiorità non scaduta. Non so come si venne a parlare della piaga dei postulanti in Italia, e grande fu il mio imbarazzo quando mi domandò all’improvviso chi ne fosse più assillato fra lui e Mussolini. «No, non accetto l’inferiorità nemmeno in questo»: replicò con energia quando io onestamente dichiarai che, mentre egli scoraggiava i sollecitatori facendo pubblicamente sapere dei mucchi di lettere bruciate ogni mattina sul macigno del Grappa, il capo del governo era ovviamente interessato a incoraggiarli rispondendo a tutti. Fu un momento di imbarazzo che diventò emozione più tardi, quando nel guardare fuori della finestra il sole al tramonto, egli mi si rivolse con un’altra voce: «E dire che io, il poeta delle odi navali, sono finito in questa pozzanghera, come un ranocchio. E un ranocchio che non canta, perché io non canto più».

Venti anni dopo anche Mussolini sarebbe finito in così «breve sponda» e, se quella sera non avesse avvertito nel rammarico del poeta un accenno di rimprovero, chissà quante volte gli sarebbe risuonato dentro nella ben più triste solitudine dei suoi ultimi giorni, quando non senza destino si ridusse a Gargnacco, praticamente prigioniero.

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