Quella guerra dimenticata alle frontiere della cristianità


I possenti carri armati di fabbricazione russa avanzano in colonna verso gli obiettivi sollevando una nuvola di polvere e fumo. Le cannonate riempiono come tuoni la vallata colpendo i bersagli. Dietro i carri avanzano le truppe infagottate nelle mimetiche. Soldati ragazzini, ma decisi a difendere un fazzoletto di terra che chiamano patria.
Gli elicotteri d’attacco sorvolano a bassa quota le colonne e lanciano razzi per aprire un varco all’avanzata. Per fortuna è solo un’esercitazione che serve a mostrare i muscoli. Il nemico, neppure tanto immaginario, è l’esercito azero, che nella simulazione avrebbe scatenato un’offensiva contro il Nagorno Karabakh. Una minuscola repubblica cristiana, povera e indipendente sul territorio dell’Azerbaijan musulmano e ricco di petrolio. Un puntino sulla carta geografica che nessun Paese al mondo riconosce, neppure la vicina Armenia protettrice dell’enclave.
«Questa è l’ultima frontiera della cristianità, ma siamo delusi dall’Europa, che sembra non capirlo. Eppure noi ci ispiriamo ai vostri valori», sottolinea Mikael Hajiyan, portavoce del Parlamento di Stepanakert, la «capitale» del Nagorno Karabakh. In mezzo alle montagne del Caucaso meridionale, lungo 200 chilometri di trincee e fortificazioni, si fronteggiano da 16 anni armeni e azeri. Al crollo dell’Unione sovietica, fra il 1992 e il ’94, si massacrarono lasciando sul terreno 30mila morti e un fiume di profughi. Settecentomila azeri sono fuggiti dal Nagorno Karabakh e 250mila armeni dall’Azerbaijan. Alla fine gli armeni hanno vinto, ma il conflitto è rimasto congelato. In quest’angolo di Caucaso cova una delle guerre più dimenticate del pianeta, che negli ultimi mesi ha registrato nuove e pericolose fiammate. Cecchini che sparano quasi ogni giorno e commando «suicidi» azeri che raggiungono le trincee avversarie per far fuori più soldati armeni possibile, prima di farsi ammazzare. Da giugno le vittime ufficiali sono una ventina, ma c’è chi pensa siano in realtà il doppio. Oltre 700 le violazioni della tregua sulla linea di contatto fra i due eserciti denunciate alle Nazioni Unite.
I turni al fronte durano una settimana e la leva tocca a tutti dai 18 anni. Prima di andare in trincea i reparti armeni (in tutto 20mila uomini) si inginocchiano e recitano il Padre nostro.
Artem Grigoryan si è arruolato volontario: «Quando hanno colpito Mher l’ho sentito gridare come un ossesso. Eravamo tutti in posizione e lo scontro a fuoco con gli azeri è durato mezz’ora. Per fortuna è rimasto soltanto ferito». Le trincee si snodano come sul Carso ai tempi della Prima guerra mondiale. Si dorme nei bunker sotterranei. Gli azeri in alcuni punti sono vicinissimi a poco più di cento metri. Spesso innalzano manichini o insultano i santi e gli eroi della storia armena per provocare la sparatoria. Basta alzare di poco la testa o tenere per qualche secondo di troppo aperta la feritoia della postazione e ti beccano. «Sappiamo bene che la guerra non è mai finita. Il Karabakh assomiglia a un vulcano, pronto a eruttare in qualsiasi momento», osserva Armen, che ha appena finito il servizio militare. Nei bunker sotterranei della linea di contatto gli armeni giocano a scacchi o leggono libri. Andrey Grigoryan, capelli a spazzola e faccia da bravo ragazzo, ama roba pesante come Schopenhauer e Nietzsche. Altri si accontentano dei fumetti o della musica via radio. Le cuffiette sono severamente proibite, perché non ti fanno sentire lo sparo dei cecchini.
«L’Azerbaijan si prepara ad attaccarci, ma se scoppierà la guerra coinvolgerà tutto il Caucaso e gli interessi petroliferi stranieri potrebbero diventare obiettivi», fa notare Ashot Ghoulian, presidente del Parlamento del Nagorno Karabakh. L’Azerbaijan è un eldorado energetico per grandi compagnie come la britannica Bp e pure l’Eni è presente. I turchi, che si sono macchiati del genocidio armeno, considerano gli azeri fratelli. Cinquemila soldati russi piantonano, da parte armena, la frontiera sbarrata con la Turchia.
La guerra più che di religione è nazionalistica, ma in Nagorno Karabakh non mancano i preti combattenti. «Il rischio che ricominci è reale e io sono pronto a tornare a combattere con la croce e il fucile», ammette tranquillamente padre Grigor, 54 anni, nel monastero di Ganzasar. Abito talare nero e capelli color argento faceva il musicista, ma poi ha trovato la vocazione in prima linea nel 1992, quando benediceva i soldati armeni.
Alle pendici della «montagna del tesoro», dove sorge il monastero, c’è il villaggio di Vanq. In ottobre Albano è venuto da queste parti a inaugurare un asilo e a cantare. Soltanto per questo gli azeri minacciano di sbatterlo nella lista nera delle persone non grate. Per l’Azerbaijan il Nagorno Karabakh, due volte più piccolo del Kosovo, con meno di 150mila abitanti, è «territorio occupato».
Harut Grigoryan è una delle ultime vittime della guerra dimenticata. Gli mancavano un paio di settimane per finire il servizio di leva, ma il 26 ottobre un cecchino l’ha ucciso sulle trincee di Martakert. «Ho tirato su mio figlio sotto le bombe, quando aveva due anni - racconta la madre - E l’ho perso a venti». Il padre, Ashot, è un veterano, ferito due volte.

Una lacrima gli riga la guancia: «Ha fatto il suo dovere. Si è sacrificato per la patria, ma non voglio vendetta. So cos’è la guerra e per questo vi dico che noi e gli azeri abbiamo bisogno di vivere in pace».
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