Una raccolta completa di racconti potrebbe apparire, a uno sguardo superficiale, come una pura operazione editoriale o filologica: un modo semplice e definitivo per rendere accessibili testi nati in epoche diverse, talora difficilmente reperibili nelle loro edizioni originali o forse mai più ristampati dopo la prima apparizione. Potrebbe essere il caso di Caducità di Sandro Veronesi (pubblicato per i tipi de La nave di Teseo), e se anche così fosse non ci sarebbe nulla da obiettare, visto che stiamo parlando di uno dei maggiori e più influenti autori del panorama italiano contemporaneo, noto al grande pubblico soprattutto per l'ampio respiro dei suoi romanzi. Al contrario, però, liquidare questa raccolta come un semplice compendio di testi sparsi significherebbe mancare il cuore dell'operazione: l'arte del racconto breve, così come quella del reportage narrativo e di certa saggistica ibrida e militante, non costituisce affatto una parte minore o marginale del laboratorio di scrittura di Veronesi. Al contrario, essa rappresenta forse il suo luogo più intimo e privilegiato, uno spazio di sperimentazione dove la lingua si fa più tesa e l'invenzione più densa. È d'altronde un dato di fatto che il libro di racconti non goda oggi di buona fama nelle stanze dei bottoni editoriali, penalizzato dal diffuso luogo comune secondo cui le raccolte non intercettano il gusto del pubblico e, di conseguenza, non vendono. Questa persistente diffidenza del mercato ha trasformato la narrazione breve in una forma di pubblicazione e di espressione sempre più rara. Proprio in questo scenario di crisi, tuttavia, l'opera di Veronesi assume un valore programmatico: a venire in soccorso della fama e della dignità di un genere letterario percepito in stato di abbandono può essere proprio questo libro. A fare la differenza non è solo il prestigio del nome in copertina, ma anche e soprattutto il modo sapiente, quasi architettonico, in cui Veronesi lo ha composto, orchestrando i singoli frammenti in un disegno unitario.
Partendo dal titolo enigmatico e, in particolare, dalla curiosa e ironica Premessa, Veronesi riesce a rendere suggestivo e magnetico il quadro generale dell'opera. L'autore mette in atto un raffinato dispositivo meta-narrativo e immagina, infatti, uno dei suoi potenziali lettori intento ad aggirarsi quasi con aria distratta tra i corridoi e gli scaffali di una vasta e affollata libreria. Lo vede mentre allunga la mano per prendere il volume, lo sfoglia e ne inizia la lettura partendo proprio da quella premessa in questione; si crea così un corto circuito in cui, quasi in tempo reale, l'autore stesso del testo si rivolge a lui, invitandolo complice a non riporre il libro, ma a proseguire furtivamente la lettura per ancora qualche minuto. Continuando a scorrere quelle pagine rubate, il lettore è destinato a imbattersi nella genesi profonda dell'opera: la scoperta di un breve e illuminante saggio scritto da Sigmund Freud nel 1915, intitolato appunto Caducità. Ci troviamo così proiettati all'interno di una perfetta e affascinante mise en abyme, un gioco di specchi vertiginoso in cui la letteratura riflette se stessa e le proprie dinamiche interne. Poiché Veronesi stesso si dichiara, fin dal principio, il reo confesso del furto letterario di quel titolo freudiano, elevando il plagio consapevole a metodo creativo. Del resto, non si tratta di un episodio isolato: è lo stesso scrittore a spiegarci, con ammirevole candore critico, che tutta la sua evoluzione stilistica e la sua voce narrativa sono cominciate proprio così, con un giovanile e fondamentale furto estetico perpetrato ai danni di Samuel Beckett.
Il tema della riflessione di Freud è l'elaborazione del lutto, intesa non come passiva rassegnazione, ma come la complessa capacità psicologica di separarsi anche fisicamente dagli oggetti amati e dalle illusioni della permanenza. Si tratta di un processo interiore che spinge ad accogliere l'abbandono e la perdita non come una condanna distruttiva, bensì come una paradossale chance di rinnovamento e come una dolorosa via di liberazione. Attraverso questa lente, il concetto di caduco subisce una radicale metamorfosi: non rappresenta più una negativa e angosciante transitorietà, né un difetto di fabbricazione della realtà, ma si trasforma nella coscienza adulta e matura della mancanza, accettata come il luogo proprio dell'intera condizione umana. Siamo di fronte a un doloroso e costante apprendimento esistenziale, un cammino sotterraneo che dura forse una vita intera e che si trova a dover fronteggiare quell'alone di apparente mancanza di senso dell'esistenza, quell'ombra densa che è proiettata sulla nostra quotidianità dalla finitudine biologica e dalla certezza della morte. Ma se questa è la complessa dinamica della psiche e dell'esistenza, non è forse questo, con millimetrica precisione, lo spazio ideale e costitutivo del racconto? Quell'orizzonte narrativo definito per antonomasia dalla fugacità dell'azione, dalla brevità cronologica e dall'apparente poca significanza degli eventi microscopici che vi vengono narrati? Il racconto vive e respira nella dimensione del frammento, specchiandosi nella stessa fragilità del tempo che scorre. E non si tratta allora, per uno scrittore e per i suoi lettori, di trovare proprio nella forma del racconto la via letteraria e stilistica più adatta, lo strumento millesimato e perfetto per abitare e per ritrovarsi dentro la caducità fondamentale dell'esistenza? Scrivere e leggere storie brevi diventa così un atto di resistenza e, insieme, di accettazione: un modo per perimetrare il vuoto e conferire dignità a ciò che è destinato a svanire.
In questo libro, infatti, a dominare la scena sono gli eventi puri, nudi e talvolta brutali della realtà, affiancati da quegli escamotages narrativi raffinatissimi in cui i fatti stessi finiscono per impigliarsi e rivelare il proprio senso nascosto. Si tratta di un'architettura formale fatta di trovate spiazzanti, deviazioni improvvise o intuizioni fulminanti, attraverso le quali Veronesi muovendosi in tempi e stagioni diverse della sua parabola di scrittura ci mette di fronte, talora nello spazio brevissimo di pochissime battute, ai misteri più tragici, incomprensibili e profondi della vita; un'esistenza che qui viene colta e indagata non nelle sue eccezioni, bensì spesso nella sua assoluta, quasi banale ordinarietà. A rafforzare questa sensazione di flusso coerente contribuisce la struttura stessa del volume: l'ordine della raccolta, infatti, non segue un criterio cronologico o lineare. Al contrario, si alternano senza sosta scritture, registri e stili che provengono da occasioni contingenti, committenze editoriali e progetti letterari molto diversi tra loro per genesi e per intento. Eppure, nonostante questa apparente frammentarietà di fondo, quel che colpisce il lettore pagina dopo pagina è proprio la persistenza di una precisa stimmung, un'atmosfera emotiva e intellettuale evocata dal riferimento iniziale a Freud.
Quella citazione non è un ornamento colto, ma si configura come una dichiarazione di poetica retroattiva: una chiave di lettura sotterranea che probabilmente serpeggia, unifica e spiega non solo questa raccolta, ma l'intera opera letteraria di Sandro Veronesi.